Il Bignami dello Sport
di Gianluca Comuniello
(Opinion Project, febbraio 2013)

Immaginate una scuola in cui si studi, fra le altre materie, qualcosa del tipo «Storia e storiografia dello sport applicate alla politica». Una bella scuola. Io mi iscriverei in un posto cosi'. Immaginate ora che, nonostante la scuola sia parecchio cool, ci sia qualche studente che proprio non riesce a studiare, ed i suoi voti ne risentano pesantemente.
Per completare il quadro dovete quindi ora immaginarvi una specie di crisi, di momento da dentro o fuori, momento in cui il suddetto studente svogliato rischi seriamente di essere o buttato fuori o bocciato. Ecco in un momento del genere, vedetevelo lì con la testa appoggiata al muro dello spogliatoio maschile della palestra (queste scene vengono meglio negli impianti sportivi delle scuole, ce lo insegnano fior di mediocri registi americani di commediole adolescenziali). È appoggiato lì e smadonna in tutte le lingue che conosce perchè il giorno dopo ha un'interrogazione in «Storia e storiografia dello sport applicate alla politica» e se prende un'insufficienza se ne torna a lavorare nell'officina del padre, che fra l'altro sta per chiudere perchè ci sono la crisi e mariomonticonl'imueperoancheilpdleilpdlchetantosonotuttiuguali. Bene, lui ha questa crisi e smadonna e gli passa accanto un amico rilassato e in pace con il mondo che gli dice: «Ma guarda che per far bene all'interrogazione basta che ti leggi La valigia dello Sport di Mastroluca».
Lui se lo legge, vince l'interrogazione e dopo può ridere felice magari mangiando un kinder bueno. Ecco, tutto questo pippone per spiegarvi che veramente il libro di Alessandro Mastroluca potrebbe essere considerato una specie di Bignami del rapporto storico fra sport e politica. Un bignami gustoso però, non di quelli tetri in cui c'è solo l'ansia della nozione da mandare a memoria. No, qui c'è il gusto pieno del racconto, c'è la leggenda che si fa storia e poi, per dirlo alla Vendola, narrazione.
Ho la fortuna di conoscere Mastroluca da qualche anno ormai come scrittore prestato al tennis. Ottimamente prestato, direi. I suoi articoli hanno sempre quel gusto del raccontare più che l'ansia del report che ne fanno una penna sempre gradevole da leggere. Solo una volta mi ha fatto incazzare nella sua vita di scrittore prestato al tennis: quando nel 2008 ha definito tennista Obamianio Murray. Ecco, una volta in cinque anni tutti possono sbagliare. Scherzi a parte, La valigia dello sport è un libro che entra nelle pieghe storiografiche di eventi sportivi che non tutti conoscono benissimo ma anche di altri arcinoti (le quattro medaglie d'oro di Owens, la maglietta rossa di Panatta) e ne fa una summa essenziale ma anche illuminante per rimettere a fuoco gli accadimenti nel loro contesto e nel loro giusto ordine cronologico. Si capisce la storia e si capisce l'uomo, leggendo questo libro, come spesso succede osservando lo sport. Gli episodi che personalmente ho trovato più convincenti nel libro sono quelli che riguardano la vera storia di Rubin “Hurricane” Carter e la leggendaria sconfitta del basket americano per mano di quello russo in piena guerra fredda olimpica. In questo ultimo episodio specialmente il finale di partita è intrecciato magistralmente alla spiegazione geopolitica della situazione e par di tornare a quel tempo in cui c'erano due campi e non erano previste posizioni terze. Il racconto degli ultimi convulsi, ripetuti e mille volte analizzati ultimi secondi del match vale da solo l'acquisto del libro.
Ma se siete appassionati di sport, di qualsiasi sport, troverete in questo libro ingredienti per tutti i palati, dalla geniale mano de dios di Maradona, allo sport come strumento politico di Mussolini. Lo sport è l'uomo che si racconta attraverso la simulazione non violenta della guerra. La valigia di ricordi sportivi che Mastroluca ci propone è quindi una valigia che ci dice chi siamo stati nel passato recente e non.

Vicende a gogò e personaggi, capaci di comporre un mosaico di gusto, come spesso non si vede. Con tale sintesi descrivo La valigia dello sport di Alessandro Mastroluca, penna profonda e tonificante. Il libro ha un sottotitolo molto impegnativo (La storia del Novecento riletta attraverso imprese e personaggi sportivi indimenticabili) che ti apre a troppe immagini e impulsi. Ma interviene subito Ubaldo Scanagatta nella prefazione ad indicarci la strada, parlandoci di puzzle composito e approfondito.
Ed è proprio così. In una serie di racconti molto accurati, Mastroluca ci fa da guida in un secolo rimpinzato di vicende e storie, procedendo tra cronaca, analisi storica e narrazione.Un libro competente in primo luogo e poi studiato. Nessun paragrafo ha meno tono e informazioni degli altri. Leggendolo c’è da imparare, rilassarsi e annotare e anche se per ogni vicenda raccontata sono stati scritti libri più completi e complessi, non è mica poco.

(Jvan Sica, Letteratura sportiva, febbraio 2013)


La complessa relazione che lega sport e politica
di Giuseppe Licandro

(Excursus, settembre 2012)

All’inaugurazione dei giochi della XXX Olimpiade, svoltasi a Londra il 27 luglio scorso, hanno partecipato un centinaio di leader politici e capi di Stato, più o meno noti. Una presenza così massiccia di personaggi importanti si spiega col fatto che le competizioni olimpiche rivestono da tempo una rilevanza notevole sul piano politico, oltre che economico.
L’agone sportivo, infatti, suscita spesso negli appassionati sentimenti di esaltazione patriottica che ricordano molto da vicino quelli provati nei momenti di guerra, con qualche rara e lodevole eccezione (vedi, ad esempio, i tifosi irlandesi, che ai recenti Campionati Europei di Calcio fraternizzavano con quelli avversari e cantavano allegramente, mentre la loro squadra veniva sommersa 
di gol dalla Croazia, dalla Spagna e dall'Italia).

Eppure Pierre de Coubertin, che organizzò nel 1896 le prime Olimpiadi moderne, mirava a favorire l’incontro pacifico tra le genti, onde scongiurare l’esplodere di tensioni internazionali, sublimando nell’attività agonistica gli istinti umani più aggressivi e distruttivi. Lo sport, secondo lui, avrebbe dovuto plasmare non solo il corpo, ma anche lo spirito, educando al fair play, cioè al rispetto delle regole e degli avversari (il suo motto, infatti, era il seguente: «Più che vincere l’importante è partecipare, perché nella vita l’essenziale non è la conquista, ma la competizione leale»). Gli eventi sportivi, invece, hanno finito talvolta per trasformarsi in meri strumenti di propaganda, funzionali al potere costituito.
Quando ha avuto inizio la “politicizzazione” dello sport? Che cosa ha accelerato la nascita del professionismo agonistico? A queste domande prova a rispondere La valigia dello sport. La storia del Novecento riletta attraverso imprese e personaggi sportivi indimenticabili (Prefazione di Ubaldo Scanagatta, Effepi Libri, pp. 296, € 13,00), un saggio scritto dal giornalista foggiano Alessandro Mastroluca.

L’intento del libro, come spiega nella Prefazione Scanagatta, non è soltanto quello di ricostruire «un secolo di storia riletto attraverso la lente dello sport», ma anche di mettere a fuoco «storie umane di grande spessore [...] attraverso la descrizione di personaggi straordinari», come i calciatori Lutz Eigendorf, Diego Armando Maradona e Mathias Sindelar, gli atleti Olga Fikotova e Harold Connely, il tennista Arthur Ashe, i pugili Rubin Carter, Amir Khan, Joe Louis e Dmitry Salita, oltre a tanti altri campioni. Mastroluca ricostruisce numerosi avvenimenti sportivi, dai risvolti ora curiosi ora drammatici, che hanno finito per acquisire una considerevole valenza politica, assurgendo ad emblema del periodo storico in cui sono accaduti.

Nella parte iniziale del libro, si parla di eventi che hanno avuto luogo tra gli anni Trenta e Sessanta: i Mondiali di calcio del 1934, organizzati dal fascismo; gli incontri di box, nel 1938, tra il “nero” statunitense Joe Louis e il “biondo” tedesco Max Schmeling; il rifiuto di “Cartavelina” Sindelar, mitico attaccante austriaco, di salutare Hitler dopo una gara di calcio del 1938; la sfida di pallanuoto tra russi e ungheresi alle Olimpiadi di Melbourne del 1956 (subito dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria); l’amore contrastato tra la discobola cecoslovacca Olga Fikotova e il martellista statunitense Harold Connely; la condanna all’ergastolo per omicidio nel 1966 del pugile di colore Rubin Carter, detto “Hurricane”, riconosciuto innocente vent’anni dopo.

La parte centrale ci riporta al clima degli anni Settanta: l’incontro di ping-pong tra Cina ed Usa ai Mondiali di Nagoya del 1971; la contestatissima finale di basket delle Olimpiadi di Monaco del 1972 tra Usa e Urss; le imprese di Ashe, tennista americano di colore, impegnato nella difesa dei diritti civili; la gara dei Mondiali di calcio del 1974 tra Germania Est e Germania Ovest; la finale di Coppa Davis del 1976, a Santiago, tra Cile ed Italia, mentre infuriava la dittatura di Augusto Pinochet (con Bertolucci e Panatta che, provocatoriamente, indossarono una maglietta rossa); i Mondiali di calcio del 1978 in Argentina, durante la feroce repressione attuata dalla giunta militare; la fuga in Occidente nel 1979 di Lutz Eigendorf, calciatore tedesco orientale.

La parte conclusiva racconta storie accadute dagli anni Ottanta in poi: il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca del 1980 e di quelle di Los Angeles del 1984; la sfida tra Argentina e Inghilterra ai Mondiali di calcio del 1986 in Messico (subito dopo la Guerra delle Falkland); i Mondiali di rugby del 1995 in Sudafrica; l’incontro di boxe del 2009 tra l’inglese Amir Khan, mussulmano, e Dmitry Salita, ebreo ortodosso; i gravi incidenti esplosi tra i tifosi dell’Algeria e dell’Egitto durante le gare di qualificazioni per la fase finale dei Mondiali di calcio del 2010.

Lasciamo ai lettori il piacere di scoprire l’esito delle competizioni sopra elencate, limitandoci a proporre qualche riflessione conclusiva. Appare evidente che l’uso a fini propagandistici e politici dello sport sia stata una prerogativa soprattutto dei regimi totalitari: come ricorda Mastroluca, fu proprio il fascismo italiano a comprendere per primo «il potere unico del calcio nello stimolare l’interesse, il sostegno, la passione delle folle».
Ciò non significa, tuttavia, che i governi democratici non abbiano, a loro volta, utilizzato le vicende sportive per rinsaldare la propria immagine e aumentare i consensi tra le masse. Durante la Guerra Fredda, poi, lo sport divenne uno dei mezzi attraverso cui Usa e Urss tentarono di affermare la propria egemonia politica, in mancanza (per fortuna) di uno scontro bellico diretto tra loro.

Tutto ciò ha determinato, fin dagli anni Cinquanta, la diffusione del professionismo nello sport, inducendo a migliorare sempre di più i metodi di allenamento degli atleti, fino al punto di truccarne il rendimento attraverso il ricorso al doping. La presenza sempre più massiccia degli sponsor e delle emittenti televisive, a partire dagli anni Ottanta, ha contaminato ulteriormente i confronti sportivi, coniugando spesso gli intenti propagandistici con la volontà di spettacolarizzarli al massimo, a fini commerciali.
Nonostante ciò, lo sport ha costituito, talvolta, anche un buon viatico per risolvere pacificamente i conflitti e rinsaldare le relazioni tra i popoli: ne sono un esempio l’incontro di ping pong tra Cina e Usa nel 1971 (che sancì la ripresa dei rapporti diplomatici tra i due stati), la sfida tra Brd e Ddr ai Mondiali di calcio del 1974 (che favorì l’Östpolitik, cioè la politica di apertura verso l’Est voluta dal cancelliere tedesco occidentale Willy Brandt), i Mondiali di rugby del 1995 (grazie ai quali il presidente sudafricano Nelson Mandela riuscì a sconfiggere l’apartheid).

Questa, a nostro avviso, dovrebbe essere la funzione più importante dello sport, al di là di assurdi sciovinismi e di infidi interessi pubblicitari che snaturano gli eventi agonistici: chi ha a cuore solo la propaganda politica o il profitto ne rinnega la valenza più autentica, che, come hanno ben compreso i tifosi irlandesi, rimane soprattutto quella ludica.

Dal Mattino di Padova, 27 agosto 2012



Da Match Point Tennis Magazine, luglio 2012



L’Italia è uno dei paesi che produce più cultura, eppure gli italiani leggono sempre di meno. La  contraddizione è dovuta – almeno in parte – alla bassa qualità di molte produzioni. Spesso si cavalca l’onda emotiva del momento ed escono libri superficiali, poco interessanti, quasi…buttati lì. Ecco, “La Valigia dello Sport” di Alessandro Mastroluca è l’esatto opposto. Il fatto che l’autore (29 anni) non abbia vissuto buona parte delle vicende raccontate, beh, né accresce la qualità. Perché i 18 episodi che si snodano su 283 pagine sono raccontati nei dettagli, sono il frutto di chi ha trascorso giornate intere a documentarsi, cercando quel dettaglio in più che facesse la differenza. La Valigia dello sport è un libro che va bene per tutti. Gli addetti ai lavori, quelli che avevano giusto un’infarinatura, scopriranno dettagli sconosciuti. I semplici amanti dello sport si apriranno a un mondo, un secolo, fotografato da un’angolazione diversa. Il ventesimo secolo è stato raccontato in mille modi sui libri di storia, ma nessuno aveva affrontato in modo così analitico il complesso rapporto tra politica e sport. Lo sport – chissà perché – è considerato una specie di sottocultura. Un po’ come il giornalista sportivo viene definito (a torto, specie se sa fare bene il suo lavoro) un cronista di Serie B. Invece lo sport ha segnato pesantemente il Secolo Breve, con storie grandi (la funzione di propaganda per i regimi) e più “intime” (l’amore tra una socialita e un capitalista in piena Guerra Fredda).
 
Il sottotitolo de La Valigia dello sport (impreziosito dalla prefazione di Ubaldo Scanagatta) ci dà una mano a capire il contenuto: «La storia del Novecento riletta attraverso imprese e personaggi sportivi indimenticabili». Alessandro Mastroluca, attuale vicedirettore di Ubitennis.com, ha scelto 18 storie per condurci dagli anni 20 ai giorni nostri, all’incredibile spareggio tra Egitto e Algeria per qualificarsi al Mondiale di Sudafrica 2010. 18 racconti, 18 fotografie che starebbero benissimo nel programma di un esame universitario di Storia Contemporanea. Si parte con il fascismo e l’utilizzo del calcio a fini propagandistici, con l’accurata descrizione della vittoria dell'Italia del calcio alle Olimpiadi di Berlino 1936. Ci si ricorda della Nazionale di Vittorio Pozzo per i due Mondiali conquistati (1934 e 1938), trascurando una medaglia dal grande valore tecnico e simbolico. Sfogliando con passione il libro, ritrovi la storia di “Cartavelina” Sindelar, l’uomo che si rifiutò di salutare il Fuhrer dopo aver sigillato la vittoria dell’Austria sulla Germania nell’ultima partita prima dell’annessione austriaca al Terzo Reich. Sette mesi dopo sarebbe morto in circostanze misteriose. È affascinante ricordare la partita di pallanuoto tra Ungheria e Unione Sovietica alle Olimpiadi di Melbourne 1956, anno in cui Budapest fu invasa dall’Armata Rossa. Una partita in cui la piscina olimpica si colorò di rosso, un vivo rosso sangue.
 
Alzi la mano chi ha mai sentito nominare Jurgen Sparwasser. Prima di leggere il libro di Alessandro Mastroluca, nemmeno noi. Sapevano dell’unica sfida tra le due Germanie, ai Mondiali di Clacio del 1974. E sapevamo che era stata vinta dalla Germania Est. Il gol decisivo fu segnato proprio dalla mezzala del Magdeburgo. Il libro ricostruisce antefatti, fatti e significati di una partita storica. Figlio di quel capitolo è il successivo, in cui si narra la storia di Lutz Eigendorf, altro tedesco dell’Est che ha firmato la sua condanna a morte quando decise di scappare al di là del muro. Giocava nella Dinamo Berlino, la squadra controllata dalla Stasi. Un affronto intollerabile che gli costò un’iniezione di veleno e sonniferi che lo portò a schiantarsi contro un albero. Nel frattempo, la moglie rimasta in Germania Est aveva sposato un agente. Nella Valigia dello sport ci sono anche racconti più noti ma affrontati con una dovizia di particolari che ne rendono “succosa” la lettura: le Olimpiadi del 1972 e la tragica irruzione dei terroristi palestinesi nelle stanze della squadra israeliana. Morirono tutti. I boicottaggi di Mosca 1980 e Los Angeles 1984, il triste mondiale argentino del 1978, la “Mano de Dios” di Maradona, figlia della Guerra delle Falkland-Malvinas. Non manca nulla. In due capitoli si parla anche di tennis. Uno è dedicato alla finale di Davis 1976 e alla margherita sfogliata in Italia nei mesi precedenti: «Si va? Non si va? Si va, non si va…». Alla fine giunse l’ok e l’Italia andò in Cile, vincendo l'unica Davis della sua storia in uno stadio che era stato utilizzato come campo di concentramento dal regime di Pinochet. Ma i cileni furono abili a ripulire tutto, facendo in tempo a organizzare una partita di calcio che Panatta e company videro dalla tribuna, in una parvenza di totale normalità. L’altro capitolo tennistico riguarda Arthur Ashe e il suo costante attivismo per i diritti dei neri. Senza dimenticare la leggendaria vittoria a Wimbledon 1975. Queste e altre storie trovano spazio in La valigia dello sport, edito da Effepi Libri, casa editrice da sempre attenta al mondo dello sport e piena di titoli di qualità.
 
Come detto, Alessandro Mastroluca ha 29 anni ma – prendendo in prestito un’affermazione di Rino Tommasi – è già definibile come «Una ditta seria alla quale si può concedere fiducia». Chi scrive ha avuto l’opportunità di lavorarci insieme, apprezzandone le doti professionali e umane. E’ uno che non ti dice mai di no, che si fa in quattro per darti una mano. Eravamo certi che, mettendo in questo libro la stessa voglia di farsi in quattro, sarebbe uscito un ottimo prodotto. E così è stato. Per essere il suo primo libro, l’idea poteva sembrare ambiziosa. Ma chi lo conosceva non aveva dubbi. E infatti non è rimasto deluso.

(Riccardo Bisti, TennisBest, 19 luglio 2012)