A ritrovar lo Stivale perduto

di Sciltian Gastaldi
Anelli di fumo (19 ottobre 2016)

Adriano Olivetti, Federico Caffè, Danilo Dolci, Andrea Barbato, Franca Viola, Franco Basaglia, Alfredo Martini, Rosario Livatino, don Pino Puglisi, Francesco Rosi, Piero Calamandrei. Alzi la mano chi, fra i miei lettori, conosce tutti questi nomi in modo almeno discreto. Vedo poche mani alzate. Ora alzi la mano chi non ha mai sentito nemmeno uno di questi nomi prima d'ora. Ancor meno mani, vedo, per fortuna. Ecco qual è il punto di forza de Lo Stivale perduto. Storie di un'altra Italia, di Francesco Moroni (Effepi Libri, 12 euro, 184 pagine): offrire un sintetico prontuario di biografie di italiani del Novecento per i quali possiamo a ragione andar fieri ancor oggi, in tempi in cui lo sport nazionale è diventato il lamento, lamento che si fa spesso lagna, verso tutto e tutti.
Moroni pare suggerire un'estensione del concetto un po' abusato di "padri della patria" e sembra voler replicare al famoso detto di d'Azeglio: fatta l'Italia, ecco alcuni begli italiani fatti e finiti. Così, a fianco di nomi imperituri come Piero Calamandrei, o comunque rimasti famosi ai più come Franco Basaglia, l'autore propone un proprio pantheon di uomini forse medi eppure illustri. Un nome per ogni campo della vita sociale e politica, quasi alfieri in rappresentanza del meglio della propria categoria. Ne vien fuori un rosario laico e tricolore, quello "Stivale perduto" del titolo, a ricordare a tutti che questo bizzarro Paese ha espresso anche delle formidabili voci di minoranza che hanno saputo tracciare una via e fornire l'esempio alle generazioni successive.
Il genere di questo volume è quello della pamphlettistica storica. Moroni non è nuovo a questo tipo di scrittura colta ma di facile accesso al grande pubblico.
Particolarmente bella è la descrizione di Adriano Olivetti, ma in generale tutti i profili si avvalgono della elegante penna di Moroni, in grado di descrivere, raccontare e anche laureare, senza però mai cadere nella puzza d'incenso. Di Olivetti, Moroni scrive:

Seppe adeguare il modello organizzativo fordista e taylorista al contesto italiano, incrementando la produttività nel rispetto del benessere psicofisico dei lavoratori. [...] Nel 1957 la Olivetti fu la prima impresa italiana a introdurre il sabato interamente festivo, riducendo la settimana lavorativa a cinque giorni, a retribuzione invariata. La fabbrica al servizio dell'uomo, con un'attenzione particolare alla cultura, concepita come grande volàno di sviluppo economico.

Riecheggiano le righe del Primo Levi de La chiave a stella, in grado di mettere in bocca all'operaio Faussone quell'amore per il proprio mestiere e quella conoscenza tecnica di chi sente in bocca il sapore del "lavoro ben fatto" ogni qual volta porta a termine la propria mansione. D'altro canto gli ambienti piemontesi e dell'Einaudi erano intrecciati nella filosofia di Olivetti:

Con Adriano e per Adriano lavorarono personaggi famosi [...] dell'establishment culturale, che dall'esperienza olivettiana presero le mosse per gettare le basi di grandi carriere [...] scrittori come Paolo Volponi (prima direttore dei servizi sociali aziendali, poi capo del personale) e Ottiero Ottieri (addetto alla selezione del personale), padri del "romanzo industriale", i poeti Giovanni Giudici (redattore del periodico interno Comunità di fabbrica) e Franco Fortini (autore di slogan pubblicitari), i sociologhi Franco Ferrarotti e Luciano Gallino, i giornalisti Tiziano Terzani e Furio Colombo, lo psicanalista Cesare Musatti, il critico letterario Geno Pampaloni (responsabile dei servizii culturali e segretario generale del Movimento Comunità), il designer Ettore Sottsass, gli architetti Bruno Zevi, Luigi Figini e Gino Pollini.

In tempi in cui i social network ci hanno tristemente abituato a tantissimi signor Nessuno che, a cadavere ancora caldo, sputano calunnie di fiele e invidia sulla memoria di grandi italiani come Dario Fo, Carlo Azeglio Ciampi, Umberto Eco, questo agile volumetto di Moroni ha il pregio di spruzzare un po' di fierezza su noi italiani di mezzo, gente che forse non resterà nei libri di Storia, ma che ha in casa una biblioteca personale ben fornita, da cui ha imparato a formarsi come cittadino con tutti i crismi.


Lo Stivale perduto

di Stefania Borghi
Excursus (agosto 2016)

Innesti di un’Italia che per brevi attimi è stata e germogli di un’Italia che poteva essere: Francesco Moroni, in Lo Stivale perduto. Storie di un’altra Italia (prefazione di Ferruccio Pinotti, Effepi Libri, pp. 184, € 12,00), ripercorre le tracce delle esistenze di alcuni uomini e di una donna, in particolare, le cui scelte personali e professionali hanno generato effetti di risonanza nazionale, tracciando i lineamenti di un Paese istituzionalmente saldo, socialmente coeso ed economicamente forte, un Paese ancora da costruire.

Il pilastro: economia
In tempi diversi, la veemente poliedricità del pionieristico imprenditore Adriano Olivetti e, dall’altro, il calibrato e concreto riformismo del fine economista Federico Caffè, hanno ideato ed elaborato una struttura economica solida e dotata di meccanismi di autorigenerazione per fronteggiare quegli attuali momenti di acuta e profonda crisi, già previsti, con largo anticipo, da entrambi.
Il primo, negli anni Cinquanta, mise a punto un modello d’impresa tanto all’avanguardia da essere replicato, decenni dopo, nella Silicon Valley: la sua visione diede corpo ad una filosofia politica e sociale che «partiva dalla fabbrica per giungere a un progetto di rinnovamento integrale della società». Realizzò una strategia economica sorprendentemente vincente sia dal punto di vista dei profitti, sia delle conseguenze di medio-lungo periodo sul benessere sociale e culturale. Olivetti costruì un progetto rivoluzionario che avrebbe potuto rendere l’Italia un paese economicamente all’avanguardia.
Dal canto suo, Caffè, fautore di un riformismo pragmatico impregnato di passione civile, individuava nella politica economica uno strumento prezioso per la realizzazione di uno Stato che garantisse la coesione sociale tramite un’adeguata redistribuzione dei redditi e l’effettività delle pari opportunità. La sua analisi circostanziata aveva previsto sia le degenerazioni economiche cui avrebbe portato la sovrastruttura finanziario-borsisitica, sia i pericoli delle lacune politico-istituzionali che mostrava, già allora, il progetto per la costruzione di un’Europa unita. Delineò un umanesimo economico capace di attuare una trasformazione graduale ma radicale del sistema, quella stessa trasformazione sempre urlata da miseri rivoluzionari e, immancabilmente, sempre rinviata.

La struttura: società, politica e potere giurisdizionale
Antifascista, uomo politico, docente universitario, avvocato ma, soprattutto, padre costituente, Piero Calamandrei ha contribuito in maniera determinante a plasmare il corpo della nostra Carta Fondamentale. Avvertendo il pericolo del riaffiorare dell’«eterno fascismo e qualunquismo italico», saldati tra loro dalla cronica e latente indole alla desistenza, sottolineava l’assoluta importanza del dover intendere la giustizia sociale come «premessa necessaria e come graduale arricchimento della libertà individuale» intesa, quest’ultima, non come «garanzia di isolamento egoistico, ma garanzia di espansione sociale».
La perizia forense di Calamandrei incrociò il destino di un altro uomo il cui agire, pur mite, generò effetti prorompenti e fragorosi: il poeta-sociologo, educatore ed attivista Danilo Dolci. Il suo umile impegno fattivo, declinato tra proteste mai violente e scioperi alla rovescia, attuati per scardinare la fatalistica rassegnazione ad una condizione di perenne assenza di possibilità lavorative e di precarietà, ha provocato l’insperato risveglio di coscienze addormentate da abitudini disgraziate e, conseguentemente, l’avvio di una spirale di azioni concrete, volte a far ottenere alla collettività i diritti ad essa spettanti.
Ancora, la perizia e l’impegno certosino, la garbata fermezza e la rigorosa preparazione unite all’instancabile capacità di sacrificio, hanno reso l’attività giurisdizionale del giovane giudice Livatino estremamente raffinata nel colpire i patrimoni, le azioni criminali e, soprattutto, la mentalità mafiosa del contesto in cui operò. Il suo lavoro ha onorato il ruolo di primissimo piano che la funzione del magistrato svolge nel difendere le fondamentali strutture politico-isituzionali e sociali di una nazione, affinché essa possa crescere integra.
Anche la minuta ed esile figura di Padre Puglisi si rese capace di produrre effetti dirompenti in una società convinta di essere destinata ad una vita di rinuncia. La sua opera educativa, tenace e determinata, ha restituito un significato ormai dimenticato al ruolo del pastore di anime, tornato ad essere, con lui, un promotore di «bonifica morale e riscatto sociale».

Il contenuto: l’arte della vita umana
Il garbato sarcasmo che ha connotato il raffinato e affilato ragionamento civile coltivato dal giornalista Andrea Barbato ha contribuito a svecchiare un’informazione giornalistica divenuta negli anni ’80 conformista e ossequiosa, complice di un inebriamento sociale che ha congelato qualsiasi concreto tentativo di attuare quelle stesse riforme strutturali che ancora oggi non vengono realizzate. Barbato ha impiegato la sua professionalità di capace e colto giornalista nello sforzo di risvegliare una consapevole coscienza civile che potesse disporre di anticorpi allenati a riconoscere e respingere gli autentici nemici della democrazia: imbonitori e ciarlatani.
In campo medico, il “dottore dei matti”, Franco Basaglia, dai meandri oscuri dei manicomi-carceri dove l’Italia del boom economico stipava quella parte di povertà che portava su di sé i segni di un incombente disagio sociale, rivoluzionò il ruolo della psichiatria, strappandola dall’istituzionale compito di tutrice della tranquillità pubblica, per traghettarla verso l’autentico compito di individuazione e cura della sofferenza.
Da parte sua, la determinata e instancabile passione sportiva del gregario ciclista Alfredo Martini, è ancora emblematica dell’importanza strategica che, nello sport, come nella vita quotidiana, lo spirito di sacrificio, l’abitudine all’esercizio e allo sforzo in vista del raggiungimento di un obiettivo a lungo termine sia portatore di insperati risultati duraturi.
Ancora, il visionario regista Francesco Rosi, con i suoi soggetti cinematografici, ha raccontato decenni di vita del paese Italia. I suoi film d’inchiesta, connotati dalla bellezza estetica propria delle opere d’arte, restano strumenti di analisi e approfondimento, veicolo di desiderio di conoscenza lucida della nostra storia recente e mezzo di trasmissione di «una volontà di intervenire in cose che ci riguardano da vicino».
Infine, la donna che, con dignitoso e mai tradito riserbo, ha corroso barbariche usanze, figlie di arcaici pregiudizi e retrive convenzioni sociali: Franca Viola. Il suo “no” ha innescato conseguenze inimmaginabili per l’azione di una singola donna, ritenuta proprietà di consuetudini maschiliste e omertose. Un “no” che ha avviato un profondo processo di mutamento culturale e ha portato a ripulire il nostro codice penale da prescrizioni anacronistiche e violente.
L’opera di Moroni, in un susseguirsi rapido di frammenti di storia, a lungo nascosti dalla trascuratezza civica, si rivolge alla nostra memoria per risvegliare coscienza e azione. I protagonisti di questo viaggio, ognuno nei rispettivi campi d’azione, dalla politica all’economia, dalla sociologia alla scienza medica, dallo sport all’arte, sino alla complessa significatività di una singola esistenza femminile, hanno lasciato in eredità un raro patrimonio professionale, culturale ed etico per la costruzione di un Paese che può ancora essere.


Da Leggo Tenerife, di Paolo Gatto (Luglio 2016).




 Da Sette, magazine del Corriere della Sera, 13 novembre 2015.



Storie di un’altra Italia e di altri Italiani

di Antonio Capitano
(Formiche.net 21 ottobre 2015)

Alcuni libri hanno la capacità di restituire il senso delle cose; il buon senso tipico dei veri padri di famiglia, dei preziosi insegnanti, dei cari Maestri.

Il saggio di Francesco Moroni, Lo Stivale PerdutoStorie di un’altra Italia, Effepi libri, arriva nel panorama editoriale italiano proprio al momento giusto. E ci arriva attraverso la sapiente scelta di mettere insieme diverse “voci” che hanno saputo parlare a coloro che hanno saputo ascoltare. Scorrono tra le pagine gli esempi migliori, nei diversi campi di riferimento. Nomi conosciuti e meno conosciuti. C’è chi ha avuto la possibilità di una platea e chi è rimasto dietro le quinte a tessere un’Italia migliore. E allora è possibile “attraversare” il nostro Paese anche con una geografia delle azioni: dal toscano Piero Calamandrei all’abruzzese Federico Caffè, passando per il piemontese Adriano Olivetti e il siciliano Rosario Livatino. Ma ci sono altri nomi, altri giganti…altri Italiani. Vite intense, vite brevi, vite che hanno inciso profondamente sul tessuto italiano e tale incisione si è rivelata fondamentale per la formazione di intere generazioni che ne hanno tratto benefici in ordine alla condotta morale e civile. Il saggio è fondamentale per tenere alta la luce della coscienza rispetto al buio dell’indifferenza che, oltre a provocare la peggiore deriva, consente di riporre nel dimenticatoio della storia figure straordinarie. Ecco perché il lavoro di Moroni è significativo; parlare di coloro che hanno fatto l’Italia è ricostruire la memoria e trasmetterla in un momento davvero “liquido” per la decadenza dei costumi e delle azioni. Questi Signori citati e “raccontati” dall’autore rappresentano l’eleganza, lo stile, la correttezza, l’onestà. Da contrapporre all’Italia dei perditempo, dei corrotti, dei fautori delle scorciatoie. Istituzioni degne di tale nome, rispetto a quelle ridicolizzate da comportamenti all’Italiana che ormai non fanno più notizia poiché connaturate al sistema.

Nell’ottimo libro di Moroni a fare notizia sono, invece, gli esempi nobili, i punti di riferimento, le stesse polari. Imprenditori non speculatori, ma attenti all’uomo e alla società, politici con il senso del dovere e con la forza dell’azione civile quale unica strada da percorrere dentro i limiti di sicurezza; magistrati che in breve tempo hanno tracciato la giusta rotta per una vera giustizia, puntando alla certezza del diritto e della pena; religiosi concreti educatori che hanno pagato con la vita la “resistenza” quotidiana alla legge del più forte; economisti responsabili e innovativi, avendo quale fine il benessere e la giustizia sociale; registi che ci hanno mostrato il volto autentico delle “mani sulle città”.

Questo e molto altro è contenuto nell’agile volume dell’avvocato umbro; superfluo aggiungere altro poiché  la lettura scorre piacevolmente insieme alla più bella storia dell’italia dei migliori. Per non dimenticare, mai, l’altra Italia di altri Italiani che l’hanno resa civile e dignitosa.



Lo Stivale perduto

di Paolo Pappatà
Mangialibri 02 ottobre 2015

Danilo Dolci verrà condannato più volte. La sua principale colpa, metter in pratica una sorta di gandhismo in un angolo di Sicilia, in nome dell’antimafia e dell’ascolto maiuetico del popolo in senso lato, non dei leader, per una rivoluzione del costume quanto etica tanto non violenta… Adriano Olivetti, creatore di un vero impero industriale, morirà troppo presto ma resterà il concreto esempio di un capitalismo non solo dal volto umano ma capace da far interagire vita privata e fabbrica e di considerare i dipendenti non solo lavoratori ma anche e soprattutto esseri umani… Il giudice Livatino, il "bambino", da una infelice e famosa frase di Cossiga, non aspirava come tanti altri (Ambrosoli ad esempio) ad essere eroe, ma a guadagnare onestamente lo stipendio e a osservare la legge, anche a rischio della morte... Invece Franca Viola è stata in Sicilia, con le dovute proporzioni, un po’ come Rosa Parks , la donna nera che si rifiutò di cedere il posto su un bus ad un bianco. Franca infatti, benché violentata e "disonorata", anche a scapito della propria reputazione e della vita rifiutò di sposare il suo aguzzino per riparare il torto subito così come la legge prevedeva, nonché la tradizione…
L’Italia che non ti aspetti. Anche se sono voci fuori dal coro magari, che pagano con la solitudine le loro scelte di vita e le loro convinzioni. Un Paese spesso avvitato su se stesso, vittima addirittura delle proprie leggi e della terribile connivenza della politica con il malaffare. Questo, ma non solo. Perché emblematiche sono le vicende narrate, quasi sempre testimonianze di fedeltà a principi etici in un generalizzato malcostume e tra una generale malcelata diffidenza, in un contesto quantomeno ostile. Uomini e donne che con la loro storia ed il loro esempio meritano forse molto di più di quelli che poi magari compaiono in grassetto nei libri di storia. Perché con la loro tenacia, le loro idee ed azioni magari permettono ancora oggi a noi tutti di auspicare un futuro meno tetro. Perché, a meno di volerci tappare gli occhi, sappiamo tutti che questo Paese ha bisogno di uscire dalle sabbie mobili di questo malsano, immobile presente. Un testo sicuramente di stampo giornalistico ma narrativizzato con buon gusto: c’è forse qualche ripetizione di troppo, ma si tratta di un discreto vademecum per approfondire senza noia i temi e le personalità raccontate.


Una riflessione sull'Italia come poteva essere: Lo Stivale perduto di Francesco Moroni

di Silvia Calamandrei

(Biblioteca archivio Piero Calamandrei, 13 agosto 2015)

Giovane avvocato, Francesco Moroni ci regala un altro repertorio della Italia civile, dopo L'Italia che resiste, Storie e ritratti di cittadini controcorrente, del 2010. Stavolta scava nel passato, per cercare punti di riferimento «per muoversi con minore affanno nella confusa giungla del presente».
Nell'introduzione polemizza contro «la sciagurata dissipazione di cospicue eredità morali» e «la frettolosa archiviazione di feconde lezioni intellettuali» e offre al lettore una serie di storie di vita significative, da Adriano Olivetti e Federico Caffé a Piero Calamandrei, a cui ispirarsi per prefigurare un'altra Italia. C'è Franco Basaglia che ha imposto la chiusura dei manicomi, e Franca Viola che col suo rifiuto del matrimonio riparatore ha contribuito a smantellare il delitto d'onore; c'è il Gandhi italiano Danilo Dolci e il grande cineasta Franco Rosi, e non potevano mancare figure chiave nella lotta contro la mafia come don Pino Puglisi e il giudice Rosario Livatino. Ma in loro compagnia anche il ciclista e allenatore Alfredo Martini, compagno di gare di Magni, Bartali e Coppi, e poi commissario tecnico della nazionale.
I profili sono accurati e ben raccontati e ricche le indicazioni bibliografiche: un manualetto che ci piacerebbe circolasse tra i giovani.
Ringraziamo l'autore del prezioso omaggio, che ci è giunto insieme alla sua opera prima, un saggio sull'indipendenza della magistratura del 2005, Soltanto alla legge. L'indipendenza della magistratura dal 1945 a oggi, che ha ricevuto tante recensioni e citazioni autorevoli e prova la competenza professionale di Moroni.