Conversazione storico-cinematografica con Luigi Magni
di Damiano Mazzotti
Agli amanti del cinema che amano anche leggere, consiglio il bel libricino
sulla vita professionale e privata di Luigi Magni, della giornalista free-lance Marina
Piccone (che è laureata in Psicologia).
In Conversazione con Luigi Magni. La vita, il cinema, la politica, si
parla anche della nascita del cinema italiano e di uno dei suoi autori più
caratteristici e indipendenti. E risulta sempre molto incredibile, a noi,
giovani e meno giovani di oggi, vedere come iniziavano le carriere dei registi
di quell’epoca (come Fellini). Infatti uno dei primi lavori di Magni era quello
del controllore di volo, poi scrisse i caroselli e le sceneggiature dei film
(ora fa anche lo scrittore).
Comunque alla domanda di Marina Piccone sul suo amore per il Risorgimento,
Magni risponde: «Perché lo reputo il momento più importante della nostra storia
e della nostra vita. Noi abbiamo avuto due momenti bellissimi: la Repubblica
Romana di Mazzini, Armellini e Saffi, e la Repubblica di Venezia, di Daniele
Manin. Se rileggessimo la Costituzione della Repubblica Romana ci accorgeremmo
che è modernissima. Quel periodo rappresentò il momento di maggiore speranza.
Ma l’Italia mancò il suo principale obiettivo: la nascita e la costituzione del
popolo italiano. Da noi è sempre mancata una coscienza di popolo».
Del suo affiatamento con Manfredi dice: «Nino e io quando
lavoravamo a un film avevamo la piacevole consuetudine di cenare insieme a casa
sua. Questo ci dava modo di parlare di tutti gli aspetti dell’opera molto prima
di cominciare a girare. Eravamo abituati a studiare insieme il copione, lo
leggevamo e rileggevamo. Io facevo gli altri personaggi per porgergli le
battute e capire quali toni usare. Affrontavamo in anticipo gli eventuali
problemi che potevano presentarsi. Quando poi ci trovavamo sul set non avevamo
più bisogno di dirci niente».
E questo è il parere di Magni sull’attuale cinema italiano: «Uno dei
principali difetti… è quello di concentrare l’attenzione sul protagonista…
invece il cinema è un lavoro corale e tutti sono ugualmente importanti. Quando
scrivo una sceneggiatura, cerco di far dire a tutti frasi che abbiano un senso…
Per questo metto molta cura nello scegliere e nel seguire anche i comprimari.
Un’altra cosa deleteria è che oggi si fa tutto di corsa. Il film non deve
essere troppo lungo, si deve consumare in fretta. Non c’è più il gusto di stare
lì, seduti, a guardarsi il dipanarsi di una storia… non esiste più l’amore per
la cultura. Gli sceneggiati, che erano film veri e propri, sono stati
soppiantati dalle fiction, molte delle quali sono imbarazzanti. Ormai, tutti
possono fare una regia, non ci sono più regole. E poi i produttori… Un tempo,
erano diversi».
E questo è invece il mio parere su Magni: è uno dei registi che ha saputo
esprimere al meglio l’italianità dei film e degli attori (Manfredi, Gassman,
Sordi, ecc.) ed è anche quello che ha sviluppato la maggiore sensibilità
storica (In nome del papa re del 1977 è il mio film preferito).
Infine riporto gli elementi fondamentali della vita e del cinema di Magni,
la libertà e la memoria: perché «la storia non fa parte del nostro patrimonio
culturale. Viviamo in un paese dove viene esercitato l’oblio della memoria. Io
sono invece convinto, come Marco Aurelio, che “se non sai da dove vieni, non
sai dove stai andando e non sai neanche dove sei”. È solo il recupero della
memoria, il sapere da dove veniamo, chi siamo stati, che ci impedirà di
commettere gli stessi errori e che ci permetterà di conquistare l’unico vero
potere, quello della conoscenza».
(Agoravox.it, 24/01/2009)
Magni, il re del cinema romano racconta se stesso
di Paolo Gatto
Capita di leggere fiumi di parole e poi alla fine di sentirsi delusi e un po’
presi in giro perché tempo e fiducia dedicati alla lettura non sono sempre
contraccambiati da informazioni e spunti di riflessione secondo le
attese.
Questo non
avviene leggendo la breve intervista di Marina Piccone al re del cinema romano
Luigi Magni, il personaggio attualmente più rappresentativo della romanità dopo
Petrolini, Alberto Sordi, Anna Magnani, Gabriella Ferri, la
Lupa e Romolo: il regista di Scipione detto anche l’Africano, La Tosca, Nell’anno del Signore, In nome del papa re, In nome del popolo
sovrano e di tanti altri film che hanno fatto la fortuna dei
produttori suscitando apprezzamenti e non poche polemiche.
Come
potrebbe accadere in una chiacchierata davanti al caminetto, Magni ripercorre
vicende significative della propria vita privata e professionale inquadrando
fatti e aneddoti, spesso poco noti, nei loro contesti storici, politici e
sociali dal fascismo ai nostri giorni. Ne viene fuori un affresco con parole che
richiama il Pinelli per il modo di rappresentare Roma, quella di una volta, con
tratti rapidi ed essenziali in cui spesso i particolari resi con precisione
danno il senso, la differenza e la carnalità della
rappresentazione.
Il regista racconta: «Al tempo della
guerra d’Africa facevo le elementari. All’angolo della scuola c’era il
“nonnetto” che, seduto al sole vendeva i mostaccioli. Erano dolci di miele,
farina e noci, duri come sassi, che a morderli incautamente c’era il caso di
farsi saltare un incisivo. Il nonnetto aveva due piedoni infilati in certe
pantofole da mago che dovevamo scavalcare per avvicinarci al carrettino dove,
tra “rigolizie”, lacci, lecca-lecca, girandole e palline di coccio e di vetro
colorato c’erano in mostra le figurine con i ritratti di De Bono, Badoglio e
Graziani (…)».
Magni ha Roma nel cuore. Nel 1870 la
città diventa capitale. Dalla Toscana e dal Piemonte arrivano i ministeriali.
Per dar loro abitazione ha inizio lo scempio edilizio e la mutilazione
dell’identità culturale della città: «…Furono costruiti interi quartieri, come
l’Esquilino, il Celio e Prati. Il riassetto della città comportò molti disagi ma
soprattutto la scomparsa di cose meravigliose, come il quartiere di Aracoeli,
distrutto per costruire il monumento a Vittorio Emanuele II, il Porto di Ripetta
e la spiaggia del Tevere. Prima della costruzione dei muraglioni, sulle rive del
fiume c’era la sabbia, che cambiava colore a seconda della luce del sole. (…) Questo
stravolgimento ha causato anche la scomparsa dei veri romani. Quando arrivarono
i bersaglieri, gli abitanti della città erano poco più che centomila, preti e
monache compresi. Erano tutti poveri, facevano i pecorari o i muratori e non
potevano essere impiegati in lavori ministeriali. Così, all’inizio del Novecento
cominciarono ad emigrare. Rimasero solamente gli ebrei (…) e i discendenti dei
toscani e dei piemontesi. Un’altra cultura, che non ha aiutato Roma a mantenere
la sua identità».
Il pezzo forte del libro, edito da
Effepi Libri, riguarda la filmografia dell’intervistato che si sofferma su ogni
suo film chiudendo definitivamente l’annosa polemica sul suo presunto
anticlericalismo: «Nei miei film parlo male (…) di certi preti, mai della
religione». Stesso discorso per “Re Craxi”, non per il
socialismo.
Suscita
emozione sentir parlare il regista di suo “fratello Nino” (Manfredi) e dello
struggente legame d’amore che accomunò due fratelli veri, Ruggero e Marcello
Mastroianni, facendo sì che il primo, maestro insuperabile nel montaggio
cinematografico, appreso che il fratello era gravemente ammalato, si ammalasse a
sua volta morendo per primo.
Gli episodi che compaiono nel
libro comprendono un’ampia carrellata di vita vissuta dai molti personaggi che
a livello artistico ed industriale sono stati protagonisti della cinematografia
nazionale dal dopoguerra ai nostri giorni.
Interessante è anche una sorta di giro turistico della capitale che,
senza volerlo, viene fuori dalle citazioni di lapidi e monumenti ormai anneriti
che dovrebbero ricordare episodi e personaggi di non lontana storia cittadina.
Non mancano infine i riferimenti al Magni sceneggiatore ed anche autore di
teatro e al suo esordio nel mondo dello spettacolo. Ricordate la commedia
musicale Rugantino di Garinei e Giovannini, anno 1962? Magni
racconta di esserne l’autore: «(…) Il produttore decise (…) di vendere
il copione a Garinei e Giovannini che si appropriarono della paternità
dell’opera (…) per la quale ho ricevuto solo un piccolo compenso.
Di diritti d’autore, che sono tuttora ingenti, nemmeno a parlarne. (…) Si
trattava di un pedaggio che i giovani apprendisti sapevano di dover pagare per
farsi conoscere».
Se ne avete
voglia, leggete questo libro. In poche pagine rinfresca la memoria e fornisce
tantissime informazioni, anche inedite, suscitando a tratti inattese e intense
emozioni.
(www.italianglobe.net 28/09/2008 e NoiDonne 04/11/2008)

Segnalare in una rassegna dedicata esclusivamente alla poesia un volume che
parla di cinema non è casuale, giacché anche di poetico tratta un simile testo,
ove tempo e sorpresa conducono a riflessioni sostenute da spunti di notevole
interesse, e da racconti sensibilmente armoniosi e fascinosi.
La breve intervista di Marina Piccone al re del cinema romano Luigi Magni,
il personaggio attualmente più rappresentativo della romanità dopo Petrolini, Alberto
Sordi, Anna
Magnani, Gabriella
Ferri, la Lupa e Romolo: il regista di Scipione detto anche
l’Africano, La Tosca, Nell’anno del Signore, In nome del papa re, In
nome del popolo sovrano e di tanti altri film, ci conduce pagina dopo pagina
attraverso una chiacchierata che potrebbe essere veramente suggestiva, con i
suoi improvvisi coinvolgimenti e le sue repentine confidenze. Magni ripercorre
vicende significative della propria vita privata e professionale inquadrando
fatti e aneddoti, spesso poco noti, nei loro contesti storici, politici e
sociali dal fascismo ai nostri giorni. Ne viene fuori un affresco con parole che
richiama il Pinelli per il modo di rappresentare Roma, quella di una volta, con
tratti rapidi ed essenziali in cui spesso i particolari resi con precisione
danno il senso, la differenza e la carnalità della rappresentazione.
Il regista qui si racconta, tra un ricordo e l’altro, tra una parabola ed
un commento, tra divagazioni e aperture fantastiche, per scorrere freneticamente
attraverso quei film che lo hanno reso famoso. Egli ha Roma nel cuore, e la
sente in tutta la sua meravigliosa storia, dal tempo in cui diventa capitale,
sino ai nostri giorni, sconvolta dai rivolgimenti politici e culturali, e in
questo suo coinvolgimento emotivo sciorina con dovizia la sua filmografia e la
sua biografia, soffermandosi su alcuni aspetti che potrebbero apparire polemici
circa la insistenza e la drammaticità di alcune sequenze che non devono essere
lette come anticlericali o distruttive.
Egli racconta con emozione: «… era una sorta di bottega dove tutti
lavoravano per lo stesso obiettivo. L’applauso non era un apprezzamento a uno o
all’altro, ma un riconoscimento collettivo. Eravamo come una grande famiglia,
della quale facevano parte tutti quelli che prendevano parte alla lavorazione
del film, dal regista all’operatore, dal protagonista alla comparsa».
Riferimenti e coinvolgimenti si leggono con grande semplicità, suscitando
interessi specialmente nelle rivelazioni inedite.

«Sono comunista da cinquant'anni ma cristiano da venti
secoli». La vita, la carriera, l'arte, il pensiero e i ricordi di
uno dei registi cinematografici italiani più bravi e
sottovalutati degli ultimi decenni, Luigi Magni, in una lunga ed
emozionante intervista raccolta dalla giornalista Marina Piccone. Nelle
parole di Magni rivivono i tempi della scuola durante la Guerra
d'Africa con le figurine dei comandanti nemici vendute sui banchetti
dei dolciumi, il mito di Faccetta Nera e della libertà sessuale,
la Roma senza più uomini della II Guerra Mondiale nella quale i
ragazzini spadroneggiavano, le scorribande notturne sfidando il
coprifuoco, l'oscuramento, la fame, le cimici che infestavano gli
appartamenti, i pericolosissimi bagni al Tevere, la prematura scomparsa
di padre e madre e l'avventura di crescere soli in quattro fratelli e
una sorella, la povertà, il liceo, la scoperta del jazz, il
lavoro come controllore del traffico aereo a Ciampino e come
ghost-writer per il Cinema, l'incontro con la moglie Lucia Mirisola,
scenografa e costumista d'eccezione, il grande successo come
sceneggiatore, la scoperta di Carosello e il mestiere di copywriter
pubblicitario, la "beffa" di Rugantino
– commedia musicale di clamoroso successo da quasi mezzo secolo -
per cui non ha ricevuto diritti d'autore, il debutto alla regia
cinematografica con Faustina e il successo con Nell'anno del Signore
(tra i primi 15 incassi della storia del cinema italiano, in
programmazione per sei mesi consecutivi al cinema Metropolitan di
Roma), la televisione, l'amicizia con Marcello e Ruggero Mastroianni,
Gigi Proietti, Armando Trovajoli ma soprattutto con Nino Manfredi,
praticamente un fratello...
Il cinema di Luigi Magni fatica a trovare la considerazione che merita
tra gli appassionati (soprattutto i più giovani), gli addetti ai
lavori, gli studenti: colpa secondo alcuni di un certo snobismo
"nordista" della critica verso l'ambientazione romana e il vernacolo
romanesco che ne caratterizza la maggior parte, secondo altri della
fama di "mangiapreti" di Magni, e secondo noi di una
reperibilità in home-video a dir poco assolutamente
insufficiente. Il volumetto edito da Effepi può forse stimolare
la curiosità di chi (orrore!) non ha mai visto capolavori
come La Tosca, Nell'anno del Signore, In nome del Papa re o Scipione detto anche l'Africano.
Per chi invece come noi ha già una quasi-venerazione per lo
stile e la verve di Magni l'occasione è ghiotta per approfondire
qualche aspetto, scoprire aneddoti gustosi e retroscena inediti (in
appendice anche qualche foto mai vista da set in giro per il mondo) o
semplicemente godersi i racconti del grande regista e illustre
concittadino su quella Roma che, come scrive Walter Veltroni nella
prefazione del volume, «Magni ricorda come una
città-paese fatta di quattro strade e allo stesso tempo
città senza età, avvolta di Storia e di fascino, nella
quale tutto il tempo è già stato fissato nella
sfrontatezza della sua bellezza, nella poesia dei suoi colori,
nell'umanità che ha contenuto e contiene, nella durezza e
nell'eternità della sua Storia».
(David Frati, Mangialibri, 25/08/2008)