Volti e ritratti di cittadini

perbene e controcorrente

di Jessica Ingrami

(Excursus, dicembre 2010)

Il nuovo libro di Francesco Moroni L’Italia che resiste. Storie e ritratti di cittadini controcorrente (Prefazione di Loris Mazzetti, Effepi Libri, pp. 172, € 12,00) racchiude le testimonianze di grandi italiani del nostro tempo: nomi noti e meno noti che con la loro arte e i loro princìpi hanno combattuto e lottato contro il conformismo imperante e le più deviate consuetudini. Sono magistrati, giornalisti, artisti, politici, sportivi, testimoni di giustizia, esponenti della società civile – come riporta l’introduzione al volume – che hanno quotidianamente misurato l’abissale distanza tra il proprio lavoro e le prassi consolidate nei rispettivi contesti ambientali e che spesso hanno dovuto veleggiare contro vento, sfidando convenzioni sociali, pigrizie intellettuali, muri di gomma, veleni politici, riuscendo sempre a tenere ferma la barra sulla desueta rotta dell’umanità e dell’etica.

 

La ricerca e il trionfo della verità, il potere delle parole per dare voce agli invisibili, la forza degli ideali per spezzare le assurde logiche della guerra e della malavita. Sono questi, tra gli altri, i temi di questo piccolo e importante volume in cui storie private di persone normali si fondono con i grandi dilemmi di sempre. Il tutto per ricordarci che molte delle conquiste, morali e istituzionali, ottenute negli anni, le dobbiamo a uomini e donne con una vita quasi mai illuminata dai riflettori, ma con uno spirito forte e combattivo dedito all’onestà e al rispetto.

 

Tra le pagine spiccano nomi come Pier Paolo Pasolini, Nanni Moretti, l’attualissimo Marco Travaglio e l’ex calciatore Gaetano Scirea, arso vivo in un incidente stradale nel 1979 in Polonia e grande esempio di correttezza umana e sportiva, nonché di umiltà e senso dell’onore.

Compare anche Fabrizio De André, definito dall’autore “il cantore degli ultimi” perché è proprio grazie alla sua arte che puttane, transessuali, suicidi e altre categorie da sempre emarginate e ghettizzate hanno riacquistato un barlume di dignità: «Se tu penserai, se giudicherai / da buon borghese / li condannerai a cinquemila anni, più le spese / ma se capirai, se li cercherai / fino in fondo / se non sono gigli / sono pur sempre figli / vittime di questo mondo».

 

Interessanti e ammirevoli i capitoli dedicati a chi ha speso la propria vita, il proprio tempo e ogni sua risorsa per il paese natio, remando contro l’illegalità delle cosche malavitose e dei più ingarbugliati affari, come Don Luigi Ciotti o Piercamillo Davigo, il quale fece parte del pool di Mani Pulite insieme a Gherardo Colombo. E furono proprio le coraggiose inchieste e collaborazioni di quest’ultimo che contribuirono alla scoperta della Loggia P2 e del delitto Giorgio Ambrosoli.

 

Teresa Cordopatri è una donna che lotta contro il potere mafioso. I suoi millecinquecento ulivi nella piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, ereditati dalla famiglia, sono stati tenuti sotto sequestro dalla mafia per trent’anni. Un periodo costellato di violenze e minacce, culminate nel luglio 1991 con l’efferato assassinio del fratello per mano di un killer della mafia. A quel punto la lotta per la libertà, per l'affermazione della legalità e contro l'indifferenza dello Stato diventano l’unica ragione di vita di Teresa che trovò il coraggio di denunciare gli assassini e combattere la malavita.

 

Una vicenda importante per il nostro paese è stata sicuramente quella di Eluana Englaro e di Beppino, suo padre, che lottò con tutte le sue forze per lasciarla andare e donarle, finalmente, quella pace che ancora non aveva: «Come il Dio di Elie Wiesel appeso a una forca di Auschwitz – scrive Moroni – così le vite di un padre e una figlia sono rimaste inchiodate per diciassette anni a un crocefisso laico di tubi e cuscini, sospeso nel limbo dell’ignavia istituzionale». Moroni ha definito Beppino Englaro un “eroe civile” che, con ostinazione, «ha lottato a viso aperto nelle istituzioni, trasformando il suo dolore privato in una battaglia pubblica sostenuta per riconoscere e ampliare i diritti di tutti».

 

Tra gli altri personaggi citati anche Daria Bonfietti, che si batte da anni per la verità sul caso della tragedia di Ustica nella quale perse la vita il fratello Alberto, ed Enrico Calamai, diplomatico italiano che negli anni ’70 riuscì a mettere in salvo e a far espatriare centinaia di oppositori politici del regime argentino, evitando loro di diventare “desaparecidos”. Questi “eroi” dai nomi sconosciuti fronteggiano ogni giorno l’indifferenza altrui ma soprattutto quella di uno Stato che non li tutela.

 

Il libro di Moroni non vuole semplicemente ricordare nomi importanti sporadicamente comparsi sui giornali, ma piuttosto raccogliere e comporre un mosaico di nobili intenzioni e gesti coraggiosi. Un mosaico che serva da esempio, che celebri nel senso più alto del termine il sacrificio e la rinuncia di persone che spesso non sono state comprese ma che hanno fatto del bene a ognuno di noi. Uomini e donne che non si sono chiesti che fine avrebbero fatto, se avrebbero vinto loro o gli altri, se l’opinione pubblica li avrebbe sostenuti o se, invece, li avrebbe umiliati con il lancio di pomodori: sono semplicemente scesi in battaglia sguainando principi e verità che noi – l’Italia – dovevamo conoscere, ad ogni costo.

 

Ecco, forse questo libro è anche un modo per ringraziarli di essere come sono, anche se spesso ce ne dimentichiamo. Dovremmo, invece, imparare che è dalle piccole cose che si creano le rivoluzioni e, soprattutto, i progressi. Dovremmo, probabilmente, smettere di lamentarci della vita, della società o della politica e rimboccarci le maniche per cercare, seppur nel nostro piccolo, di cambiare quello che non ci piace. Proprio come Moroni ci ha rammentato, già altri prima di noi l’hanno fatto. Quello che hanno ottenuto, se non sono veri e propri risultati, sono, perlomeno, dubbi instillati nelle coscienze dei più sensibili. Da qui parte anche un incoraggiamento a chi vorrebbe ripulirsi dalla melma di una democrazia fatta a pezzi e ribellarsi alle ingiustizie, piccole o grandi che siano.

«Vaccinarsi contro il virus dell’indifferenza»

a cura di Michele Turazza

(Polizia e democrazia, maggio 2010)

Non è imparziale il giovane autore di questo libro. E nemmeno equidistante. Francesco Moroni, classe 1978, prende posizione, si schiera senza esitare, sa perfettamente con chi stare: dalla parte di chi resiste, di chi non assiste dalla finestra allo sfacelo politico-culturale del nostro Paese solamente puntando il dito, balbettando accuse o dispensando consigli.

Scende in piazza, scrive libri (L’Italia che resiste è il secondo, dopo il saggio Soltanto alla legge, entrambi per i tipi del coraggioso editore romano Effepi Libri), s’indigna, s’impegna; organizza iniziative su legalità e memoria a Foligno con l’Associazione culturale «Sovversioni non sospette – società a lettura responsabile», che ha contribuito a fondare, assieme ad alcuni amici, nel 2007. E sta con quelli che, non tenendo le mani in tasca, se le sporcano, come don Ciotti, che parla poco, ma agisce molto; coi magistrati in prima linea, come Giancarlo Caselli, Luca Tescaroli e Piercamillo Davigo; con il giornalista Marco Travaglio e l’intellettuale Pasolini. E poi, ancora, con Teresa Strada, Nando dalla Chiesa, Tina Anselmi, Piero Ricca. Con chi tiene la schiena dritta.


Scrive Loris Mazzetti, nella prefazione: «Tutte le storie, i ritratti, di questo importante viaggio sono di esempio, nessuno escluso. Trasudano il sacrificio, la rinuncia (dai soldi alla carriera o addirittura alla vita), di persone che hanno in comune, con competenze e ruoli diversi, la difesa della Costituzione – rivendicando il diritto dei cittadini di essere tutti uguali – e la lotta contro la violazione dei diritti. In particolare, negli ultimi anni, questa violazione è diventata costante. [...] Ci siamo perfino dimenticati delle stragi; siamo arrivati al punto di giustificare la P2 facendoci governare da alcuni suoi rappresentanti; Aldo Moro è diventato solo un anniversario; c’è chi tenta di screditare la Resistenza pur di vendere qualche libro in più; c’è chi vorrebbe sostituire Liberazione con libertà e chi vuol far credere che i “ragazzi di Salò”, che si unirono ai nazifascisti, erano solo italiani che presero un’altra strada».

Francesco, perché un libro su coloro che cercano di resistere?
In un momento di grande pessimismo per le sorti di un Paese apparentemente irrecuperabile, schiavo di vizi antichi e condannato a ripetere sempre gli stessi errori, ho voluto ripercorrere un pezzo di storia nazionale con il cuore aperto alla speranza, traendo spunto dalle vicende paradigmatiche di magistrati, giornalisti, artisti, politici, esponenti della società civile uniti dal filo rosso dell’impegno civile e da scelte etiche e intellettuali rigorose e anticonformiste. Occorre ripartire dalle loro esemplari testimonianze per vaccinarsi contro il virus dell’indifferenza e della rassegnazione, preludio di una irreversibile deriva della democrazia.

È facile che i giovani si identifichino in una persona che magari, per vari motivi, ha acquistato una certa visibilità e le consegnino, in perfetta buona fede, una delega in bianco, limitandosi a riporre in essa tutte le loro speranze di cambiamento. Cosa diresti a questi ragazzi?
Di esercitare sempre lo spirito critico, senza sconti per nessuno o deleghe in bianco. Il cambiamento passa attraverso l’assunzione di responsabilità individuale e l’impegno quotidiano di ciascuno sul campo. È giusto e normale avere dei punti di riferimento cui ispirarsi, mentre i fenomeni di mitizzazione indotti dai media sono sempre rischiosi, perché – a prescindere dalle persone coinvolte – tendono a deresponsabilizzare il cittadino e ad allontanarlo da una diretta partecipazione alla vita pubblica, che magari si riduce ad un clic sulla tastiera del computer. 

A fianco dell’Italia che resiste, ci sono nostri concittadini che sembrano non accorgersi della desertificazione culturale e morale del nostro Paese. Cosa impedisce di aprire gli occhi?
Scontiamo da troppi anni un gravissimo deficit di etica pubblica, in un Paese dilaniato dall’egoismo sociale e dai particolarismi politici, dove i doveri contano infinitamente meno dei diritti, incapace di introiettare i valori costituzionali e di assimilare una sana cultura delle regole. Il delitto peggiore commesso a più riprese, nel corso della nostra storia recente, dai responsabili della gestione della cosa pubblica è stato quello di assecondare e strumentalizzare i vizi peggiori dell’italiano medio, legittimando comportamenti e culture deteriori ormai profondamente radicati e dominanti, in assenza di anticorpi democratici.

Perché da più parti si cerca di riscrivere la storia, riabilitando personaggi che dovrebbero essere lasciati solamente all’oblio?
Ogni forma di revisionismo è un’operazione di sporca propaganda che agisce sul passato per giustificare le porcherie del presente e preparare il terreno alle turpitudini future. Lavora sulla memoria collettiva per disinnescare il senso critico dell’opinione pubblica.

Nel tuo primo libro Soltanto alla legge hai approfondito il principio di indipendenza della magistratura, senza il quale non si può nemmeno parlare di giustizia, di giudici. Chi ha timore dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati?
L’indipendenza della magistratura, oltre a mettere i giudici in condizione di operare sine spe ac metu, cioè senza speranze di vantaggi o timore di ritorsioni, è funzionale a garantire l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Chi ha scheletri nell’armadio ha tutto l’interesse a sabotare il funzionamento della macchina giudiziaria, alterando le norme processuali o attentando all’autonomia dei magistrati. È la cosiddetta “inefficienza efficiente”: a chi sa di essere colpevole fa comodo una giustizia lenta, costretta a far evaporare nella prescrizione anche gravi reati. Con buona pace degli innocenti e delle vittime dei reati, che invece avrebbero diritto a una rapida definizione dei processi.

Processo breve, (contro)riforma delle intercettazioni e legittimo impedimento: norme necessarie per il miglioramento della giustizia?
«Processo breve» è una delle tante etichette truffaldine confezionate dai media asserviti per frodare l’opinione pubblica. È assurdo imporre per lo svolgimento dei processi un limite temporale massimo (oltre il quale il processo “muore”, a prescindere dallo stato a cui è approdato) senza agire sulle vere cause della lentezza della macchina giudiziaria: occorre snellire le procedure, eliminando la giungla di cavilli, eccezioni e inutili adempimenti che hanno trasformato il processo in un’infinita corsa a ostacoli. Le intercettazioni sono il principale strumento di ricerca delle prove, un mezzo tecnico che fotografa nitidamente lo svolgimento dei fenomeni criminosi, senza quei rischi legati alla delicata valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Per capire i potenziali effetti della controriforma in corso, basta immaginare cosa succederebbe in una sala operatoria se ai chirurghi fosse vietato l’uso del bisturi. Tra «processo breve» e controriforma delle intercettazioni, si lavora alacremente per dare il colpo di grazia a una giustizia già malandata

Perché ti ostini a resistere?
Perché, come diceva Gramsci: «Odio gli indifferenti. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita».

Altri libri o attività in cantiere?
Se in futuro troverò un’idea trainante, tornerò senz’altro a coltivare la mia piccola vena letteraria. Per il momento, con l’associazione culturale di cui sono uno dei fondatori nella mia città, continuo a promuovere iniziative sui temi cruciali della democrazia e della Costituzione. E spero, ovviamente, che il mio nuovo libro possa in qualche modo puntellare il fragile muro della memoria collettiva e dell’impegno civile.




«
Restituire la temperie politica e culturale del Paese attraverso il filtro di storie e ritratti esemplari di cittadini perbene». Questo uno degli obiettivi di Francesco Moroni in L’Italia che resiste (Effepi Libri ed.), che ci consegna i ritratti di 20 italiani.

Connazionali le cui storie trasudano di 
«sacrificio, rinuncia (dai soldi alla carriera o addirittura alla vita)», come scrive nella prefazione Loris Mazzetti. Perchè, come scrive l’autore, anche «raccontare è resistere. Districare il viluppo delle trame ordine dall’uomo dal caso o - per chi ci crede - dal destino». Fra gli altri, troviamo Daria Bonfietti, che lotta da anni per la verità sul caso della tragedia di Ustica, nella quale perse la vita il fratello Alberto, o Piercamillo Davigo, unico componente del pool Mani pulite a calcare ancora le aule giudiziarie senza cedere alla politica.

Bella la storia della contessa Teresa Cordopatri, che a Reggio Calabria inizia una sfida a viso aperto alla ‘ndrangheta riuscendo a indurre lo Stato a confiscare mettere all’asta uliveti su cui aveva messo la mano l’organizzazione mafiosa.

Da leggere anche la storia del calciatore Gaetano Scirea, un "Garrone" signorile del calcio ormai dimenticato, quando invece troppo spesso la stampa esalta i vari "Franti" dalle pettinature e macchine all’ultima moda.

Ma ci sono – oltre ai ritratti di Pier Paolo Pasolini, Marco Travaglio, Nanni Moretti e Gherardo Colombo - il «giudice ragazzino’ Luca Tescaroli e – comunque la si pensi sulla delicata vicenda di Eluana - Beppino Englaro («come il dio di Elie Wiesel appeso a una forca di Auschwtiz, così le vite di un padre e una figlia sono rimaste inchiodate per diciassette anni a un crocefisso laico di tubi e cuscini, sospeso nel limbo dell’ignavia istituzionale…»).

In lista il procuratore Giancarlo Caselli, il giudice piemontese che durante le indagini sulle stragi mafiose di magistrati degli anni ‘90 «visse in clausura, lontano dalla famiglia, in un appartamento senza finestre all’ultimo piano di un palazzo in cui era l’unico inquilino, con i sacchi di sabbia davanti al portone d’ingresso e il piantone armato 24 ore su 24».

Un capitolo viene dedicato poi a Teresa Sarti Strada, moglie di Gino Strada (lei, «ombra rossa del gigante», anima discreta e inesauribile locomotiva di Emergency), purtroppo scomparsa recentemente.

(Sara Regimenti, BooksBlog, 18/05/2010)



In tempi di smarrimento servono occhi per guardare lontano e mani per costruire un presente diverso. Parole e gesti capaci di sovvertire l'ordine ammuffito delle cose. Francesco Moroni recupera storie e ritratti esemplari di professionisti, politici, sacerdoti ed esponenti della società civile la cui condotta è una quotidiana veleggiata controvento. (Narcomafie, 3-2010)



Qual è il legame fra Nanni Moretti a Gherardo Colombo? Apparentemente nessuno. E con quale criterio è possibile accomunare Gaetano Scirea e Pier Paolo Pasolini, due vite e due esperienze così lontane fra di loro? Per quanto difficile, una risposta la si può trovare, ed è racchiusa in una sola parola: resistenza. Esiste infatti un sottile filo rosso che negli ultimi decenni ha percorso tutta la penisola, intrecciando esistenze e percorsi di intellettuali, sportivi, politici, magistrati e artisti controcorrente. In un'Italia sempre più volgare e corrotta, nella quale il senso della giustizia e del rispetto delle regole non sembra essere di certo al primo posto nella scala dei valori nazionali, alcuni cittadini hanno dimostrato con il loro operato che è possibile resistere. I loro nomi sono ora noti e alla ribalta delle cronache come Marco Travaglio, Gian Carlo Caselli o Beppino Englaro, ma spesso, invece, sono persone che conducono le loro battaglie nell'ombra, alla ricerca semplicemente del rispetto della verità e della giustizia. È questo il caso di Luca Tescaroli, giovane magistrato negli anni novanta, a cui fu affidata l'indagine sulla strage di Capaci e che, nonostante le minacce di Cosa Nostra e le difficoltà ad operare su un terreno in cui la classe politica spesso si era volutamente invischiata, riuscì a rischiarare le diverse zone d'ombra nelle indagini. Anche Daria Bonfietti - altro nome raramente ricordato o conosciuto al grande pubblico - è riuscita con caparbietà, attraverso il lavoro insistente e coraggioso dell'associazione familiari delle vittime di Ustica, a spezzare il muro di gomma che aveva avvolto il famigerato abbattimento del DC-9 dell'Itavia nel 1980 con decine di morti innocenti a bordo. Soltanto uno dei tanti pseudo misteri italiani che in realtà non sono altro che terribili tentativi di insabbiamento della verità per mano di politici e militari senza scrupoli e senza il minimo rispetto per la dignità umana...

Ed è questo forse uno dei  temi portanti de L'Italia che resiste - Storie e ritratti di cittadini controcorrente: il recupero della dignità. Argomento difficile, che riesce ad emergere con forza proprio grazie alla narrazione di molteplici esperienze di vita, vissute in contesti e situazioni molto diverse tra loro. Il breve volume scritto dal giovane Francesco Moroni, sebbene a tratti si lasci andare un po’ troppo all’agiografia dei personaggi, ha il pregio di ricordarci diverse cose. Prima fra tutte, che nel nostro Paese la normalità dell'impegno civile è troppo spesso ormai considerata un'eccezione. Infatti, nonostante le storie presenti in quest'opera ci descrivano effettivamente una abnegazione, una tenacia e un coraggio fuori dal comune da parte di alcuni singoli cittadini, è sempre triste constatare come un magistrato o un'artista che perseguano degli ideali contenuti nella Costituzione e dei valori in cui tutti dovremmo naturalmente riconoscerci, sia da considerare un eroe. Ma tant'è, questi sono i nostri tempi e questo è il nostro Paese, e Francesco Moroni ha fatto più che bene a rammentarcelo.

(Carlo Dojmi di Delupis, Mangialibri, 26/04/2010)



Intervista a Francesco Moroni

di Carlo Dojmi di Delupis

(Mangialibri, 26/04/2010)

Francesco, classe 1978, dopo aver lavorato nell’ufficio legale di un’impresa di moda, negli ultimi anni ha concentrato le sue energie nell’attività di studio e divulgazione dei temi legati alla memoria e alla legalità. È infatti co-fondatore dell’associazione culturale Sovversioni non sospette s.l.r., società a lettura responsabile, che dal 2007 promuove iniziative, incontri e dibattiti su questa tematica. Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo ultimo lavoro.

Come nasce l'idea di questo libro?
Il libro nasce dal desiderio di raccontare un pezzo di storia recente del nostro Paese attraverso le vicende emblematiche di personaggi diversi per estrazione sociale, formazione culturale, esperienze professionali, ma accomunati dall’ostinata capacità di lottare contro le violazioni dei diritti e per l’affermazione di quei princìpi fondamentali scolpiti a chiare lettere nella nostra Costituzione. Nel ripercorrere le loro storie, ho cercato di mantenere uno sguardo aperto alla speranza, costruttivo, propositivo, evitando sia i toni falsamente consolatori, sia l’approccio catastrofista che anima le sterili filippiche contro i mala tempora.


Con che criterio hai scelto i «cittadini controcorrente» che compongono i singoli capitoli del libro?
Tutti i protagonisti del volume sono stati selezionati per la grande valenza simbolica della loro testimonianza civile. Sono uomini e donne che hanno speso la vita per combattere mafia e corruzione, per ottenere verità e giustizia, per difendere la laicità dello Stato, la libertà di informazione, l’indipendenza della magistratura, la pace, i diritti umani, civili e sociali, la memoria storica. Ho privilegiato, numericamente, le persone ancora in vita per trasmettere il senso di una resistenza attiva e proiettata nel futuro, senza trascurare un omaggio ad alcuni personaggi scomparsi, ma sempre attualissimi, che hanno inciso profondamente sulla mia formazione intellettuale e morale, come Pasolini, De André ed Ambrosoli.


Come costruire una nuova "etica", un nuovo modo di andare controcorrente nell'Italia di oggi?
Per navigare controcorrente nell’Italia di oggi senza perdere la rotta, occorre rispolverare la bussola costituzionale e valorizzarne il grande patrimonio ideale con coerenza e dignità nell’impegno quotidiano. Come hanno fatto, con competenze e ruoli diversi, i protagonisti del mio libro.


In cosa consistono le iniziative sui temi della legalità che porti avanti?
Nel 2007 ho contribuito a fondare a Foligno, in Umbria, l’associazione culturale “Sovversioni non sospette s.l.r. – Società a lettura responsabile”. In collaborazione con la locale Libreria Carnevali e alcuni volenterosi insegnanti, curo la sezione “Democrazia a venire”, organizzando incontri e presentazioni di libri con magistrati, giornalisti, scrittori, ricercatori, per contribuire alla diffusione della cultura della legalità e alla difesa ed attuazione dei valori costituzionali.


Per finire, sempre convinto che Gaetano Scirea si può accostare a Pier Paolo Pasolini?
Direi di sì. In fondo anche Scirea, con il suo stile misurato, la sua educazione, il suo impegno civile vissuto lontano dai riflettori era profondamente “eretico” in un circo pallonaro già allora fracassone, volgare, povero di spirito e di memoria.





Cos'hanno in comune l'avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso da quell'intreccio finanziario tra Sindona, Ior, P2, e Beppino Englaro, il padre di Eluana? E il coraggioso magistrato Luca Tescaroli con lo scomparso, amato calciatore Gaetano Scirea? Apparentemente niente. Così come niente hanno da condividere Nanni Moretti e Tina Anselmi. Apparentemente. In realtà, nel catalogo di venti personaggi più o meno noti di cui Francesco Moroni nel suo L'Italia che resiste (Effepi Libri, 172 pag.; 12 euro) tratteggia storia e personalità, un filo rosso che unisce ai già detti, Teresa Sarti Strada e Teresa Cordopatri passando per Fabrizio De André e Pier Paolo Pasolini, c'é. Sono tutte persone che si distinguono per la serietà, l'onestà, l'impegno. Persone perbene che a dispetto delle sventure che li hanno colpiti o delle palesi ingiustizie che hanno subito, sono rimaste tali: serie, oneste, impegnate. L'album di volti e vicissitudini diventa allora una zoomata su un'altra Italia, si anima e pone ad esempio e, soprattutto, incoraggia. Non un Pantheon di eroi ma, come lo definisce l'autore, 
«un piccolo mosaico nazionale» di cui esistono tante e tante tessere ancora.

(Francesco De Filippo, Ansa, 23/04/2010)



L'Italia che resiste. Testimoni di giustizia, «liberi gentiluomini», persone miti, professionisti, sconosciuti e non, uomini e donne, cittadini non rassegnati «soggetti "soltanto alla legge", come vuole la Costituzione». Francesco
Moroni, come un ritrattista esperto, delinea di bianco i profili di questi personaggi contro gli sfondi bui dei contesti in cui hanno agito e ancora si muovono, un invito a conoscerli e riscoprirli per poter aggiungere le nostre personali note di colore. 

Venti ritratti di persone spesso molto lontane per cultura e formazione, vicine nel partecipare, con competenze e ruoli diversi, alla vita e al servizio della polis con «l'onestà intellettuale e l'indipendenza di giudizio dei non allineati». Gli articoli della Costituzione (3, 21, 54, ecc.) li accompagnano e ci accompagnano, capitolo dopo capitolo, intrecciandosi alle alterne vicende di questi personaggi, più di quanto non lo abbiano fatto gli uni nelle vite degli altri: esempi e mezzi di democrazia partecipativa che «rifiuta il compromesso in nome del primato della legge e dell'interesse collettivo», lottando contro violazioni di diritti e negoziazioni di princìpi, sullo sfondo di un patrimonio di valori condivisi.

L'Italia che resiste è un libriccino dal lessico agile, snello nella forma quanto pungente (per le nostre coscienze) nella sostanza, ideale «testimone di una nuova resistenza contro i pericoli del disimpegno» che meriterebbe di essere ripreso in mano spesso, se non proprio mai riposto. Non solo «vizio della memoria» ma anche, e più, riscoperta del "potere" come verbo.

P.S. Tra le numerose note al testo, Francesco Moroni ci propone una serie di complementi tutt'altro che ordinari e scontati, attingendo spesso a fonti "inconsuete", dimostrando un'attualissima concezione multimediale dell'informazione.

(Andrea Caberlon,Voci fuori dal coro 21/04/2010)