Volti e ritratti di cittadini
perbene e controcorrente
di Jessica Ingrami
(Excursus, dicembre 2010)
Il nuovo libro di
Francesco Moroni L’Italia che resiste. Storie e
ritratti di cittadini controcorrente
(Prefazione di Loris Mazzetti, Effepi Libri,
pp. 172, € 12,00) racchiude le testimonianze di
grandi italiani del nostro tempo: nomi noti e meno
noti che con la loro arte e i loro princìpi hanno
combattuto e lottato contro il conformismo imperante
e le più deviate consuetudini. Sono magistrati,
giornalisti, artisti, politici, sportivi, testimoni
di giustizia, esponenti della società civile – come
riporta l’introduzione al volume – che hanno
quotidianamente misurato l’abissale distanza tra il
proprio lavoro e le prassi consolidate nei
rispettivi contesti ambientali e che spesso hanno
dovuto veleggiare contro vento, sfidando convenzioni
sociali, pigrizie intellettuali, muri di gomma,
veleni politici, riuscendo sempre a tenere ferma la
barra sulla desueta rotta dell’umanità e dell’etica.
La ricerca e il
trionfo della verità, il potere delle parole per
dare voce agli invisibili, la forza degli ideali per
spezzare le assurde logiche della guerra e della
malavita. Sono questi, tra gli altri, i temi di
questo piccolo e importante volume in cui storie
private di persone normali si fondono con i grandi
dilemmi di sempre. Il tutto per ricordarci che molte
delle conquiste, morali e istituzionali, ottenute
negli anni, le dobbiamo a uomini e donne con una
vita quasi mai illuminata dai riflettori, ma con uno
spirito forte e combattivo dedito all’onestà e al
rispetto.
Tra le pagine
spiccano nomi come Pier Paolo Pasolini, Nanni
Moretti, l’attualissimo Marco Travaglio e l’ex
calciatore Gaetano Scirea, arso vivo in un incidente
stradale nel 1979 in Polonia e grande esempio di
correttezza umana e sportiva, nonché di umiltà e
senso dell’onore.
Compare anche
Fabrizio De André, definito dall’autore “il cantore
degli ultimi” perché è proprio grazie alla sua arte
che puttane, transessuali, suicidi e altre categorie
da sempre emarginate e ghettizzate hanno
riacquistato un barlume di dignità: «Se tu penserai,
se giudicherai / da buon borghese / li condannerai a
cinquemila anni, più le spese / ma se capirai, se li
cercherai / fino in fondo / se non sono gigli / sono
pur sempre figli / vittime di questo mondo».
Interessanti e
ammirevoli i capitoli dedicati a chi ha speso la
propria vita, il proprio tempo e ogni sua risorsa
per il paese natio, remando contro l’illegalità
delle cosche malavitose e dei più ingarbugliati
affari, come Don Luigi Ciotti o Piercamillo Davigo,
il quale fece parte del pool di Mani Pulite insieme
a Gherardo Colombo. E furono proprio le coraggiose
inchieste e collaborazioni di quest’ultimo che
contribuirono alla scoperta della Loggia P2 e del
delitto Giorgio Ambrosoli.
Teresa Cordopatri è
una donna che lotta contro il potere mafioso. I suoi
millecinquecento ulivi nella piana di Gioia Tauro,
in provincia di Reggio Calabria, ereditati dalla
famiglia, sono stati tenuti sotto sequestro dalla
mafia per trent’anni. Un periodo costellato di
violenze e minacce, culminate nel luglio 1991 con
l’efferato assassinio del fratello per mano di un
killer della mafia. A quel punto la lotta per la
libertà, per l'affermazione della legalità e contro
l'indifferenza dello Stato diventano l’unica ragione
di vita di Teresa che trovò il coraggio di
denunciare gli assassini e combattere la malavita.
Una vicenda
importante per il nostro paese è stata sicuramente
quella di Eluana Englaro e di Beppino, suo padre,
che lottò con tutte le sue forze per lasciarla
andare e donarle, finalmente, quella pace che ancora
non aveva: «Come il Dio di Elie Wiesel appeso a una
forca di Auschwitz – scrive Moroni – così le vite di
un padre e una figlia sono rimaste inchiodate per
diciassette anni a un crocefisso laico di tubi e
cuscini, sospeso nel limbo dell’ignavia
istituzionale». Moroni ha definito Beppino Englaro
un “eroe civile” che, con ostinazione, «ha lottato a
viso aperto nelle istituzioni, trasformando il suo
dolore privato in una battaglia pubblica sostenuta
per riconoscere e ampliare i diritti di tutti».
Tra gli altri
personaggi citati anche Daria Bonfietti,
che si batte da anni per la verità sul caso della
tragedia di
Ustica nella
quale perse la vita il fratello Alberto, ed Enrico
Calamai, diplomatico italiano che negli anni ’70
riuscì a mettere in salvo e a far espatriare
centinaia di oppositori politici del regime
argentino, evitando loro di diventare “desaparecidos”.
Questi “eroi” dai nomi sconosciuti fronteggiano ogni
giorno l’indifferenza altrui ma soprattutto quella
di uno Stato che non li tutela.
Il libro di Moroni
non vuole semplicemente ricordare nomi importanti
sporadicamente comparsi sui giornali, ma piuttosto
raccogliere e comporre un mosaico di nobili
intenzioni e gesti coraggiosi. Un mosaico che serva
da esempio, che celebri nel senso più alto del
termine il sacrificio e la rinuncia di persone che
spesso non sono state comprese ma che hanno fatto
del bene a ognuno di noi. Uomini e donne che non si
sono chiesti che fine avrebbero fatto, se avrebbero
vinto loro o gli altri, se l’opinione pubblica li
avrebbe sostenuti o se, invece, li avrebbe umiliati
con il lancio di pomodori: sono semplicemente scesi
in battaglia sguainando principi e verità che noi –
l’Italia – dovevamo conoscere, ad ogni costo.
Ecco, forse questo
libro è anche un modo per ringraziarli di essere
come sono, anche se spesso ce ne dimentichiamo.
Dovremmo, invece, imparare che è dalle piccole cose
che si creano le rivoluzioni e, soprattutto, i
progressi. Dovremmo, probabilmente, smettere di
lamentarci della vita, della società o della
politica e rimboccarci le maniche per cercare,
seppur nel nostro piccolo, di cambiare quello che
non ci piace. Proprio come Moroni ci ha rammentato,
già altri prima di noi l’hanno fatto. Quello che
hanno ottenuto, se non sono veri e propri risultati,
sono, perlomeno, dubbi instillati nelle coscienze
dei più sensibili. Da qui parte anche un
incoraggiamento a chi vorrebbe ripulirsi dalla melma
di una democrazia fatta a pezzi e ribellarsi alle
ingiustizie, piccole o grandi che siano.

«Vaccinarsi
contro il virus dell’indifferenza»
a cura di Michele Turazza
(Polizia e democrazia, maggio 2010)
Non è imparziale il
giovane autore di questo libro. E nemmeno equidistante. Francesco Moroni,
classe 1978, prende posizione, si schiera senza esitare, sa perfettamente con
chi stare: dalla parte di chi resiste, di chi non assiste dalla finestra allo
sfacelo politico-culturale del nostro Paese solamente puntando il dito,
balbettando accuse o dispensando consigli.
Scende in piazza, scrive libri (L’Italia che
resiste è il secondo, dopo il saggio Soltanto alla legge, entrambi
per i tipi del coraggioso editore romano Effepi Libri), s’indigna, s’impegna;
organizza iniziative su legalità e memoria a Foligno con l’Associazione
culturale «Sovversioni non sospette – società a lettura responsabile», che ha
contribuito a fondare, assieme ad alcuni amici, nel 2007. E sta con quelli che,
non tenendo le mani in tasca, se le sporcano, come don Ciotti, che parla poco,
ma agisce molto; coi magistrati in prima linea, come Giancarlo Caselli, Luca
Tescaroli e Piercamillo Davigo; con il giornalista Marco Travaglio e
l’intellettuale Pasolini. E poi, ancora, con Teresa Strada, Nando dalla Chiesa,
Tina Anselmi, Piero Ricca. Con chi tiene la schiena dritta.
Scrive Loris Mazzetti, nella prefazione: «Tutte le storie, i ritratti, di
questo importante viaggio sono di esempio, nessuno escluso. Trasudano il
sacrificio, la rinuncia (dai soldi alla carriera o addirittura alla vita), di
persone che hanno in comune, con competenze e ruoli diversi, la difesa della
Costituzione – rivendicando il diritto dei cittadini di essere tutti uguali – e
la lotta contro la violazione dei diritti. In particolare, negli ultimi anni,
questa violazione è diventata costante. [...] Ci siamo perfino dimenticati
delle stragi; siamo arrivati al punto di giustificare la P2 facendoci governare
da alcuni suoi rappresentanti; Aldo Moro è diventato solo un anniversario; c’è
chi tenta di screditare la Resistenza pur di vendere qualche libro in più; c’è
chi vorrebbe sostituire Liberazione con libertà e chi vuol far credere che i
“ragazzi di Salò”, che si unirono ai nazifascisti, erano solo italiani che
presero un’altra strada».
Francesco, perché un libro su coloro che cercano di
resistere?
In un momento di grande pessimismo per le sorti di
un Paese apparentemente irrecuperabile, schiavo di vizi antichi e condannato a
ripetere sempre gli stessi errori, ho voluto ripercorrere un pezzo di storia
nazionale con il cuore aperto alla speranza, traendo spunto dalle vicende
paradigmatiche di magistrati, giornalisti, artisti, politici, esponenti della
società civile uniti dal filo rosso dell’impegno civile e da scelte etiche e
intellettuali rigorose e anticonformiste. Occorre ripartire dalle loro esemplari testimonianze per vaccinarsi contro il
virus dell’indifferenza e della rassegnazione, preludio di una irreversibile
deriva della democrazia.
È facile che i giovani si identifichino in una persona
che magari, per vari motivi, ha acquistato una certa visibilità e le
consegnino, in perfetta buona fede, una delega in bianco, limitandosi a riporre
in essa tutte le loro speranze di cambiamento. Cosa diresti a questi ragazzi?
Di esercitare sempre lo spirito critico, senza
sconti per nessuno o deleghe in bianco. Il cambiamento passa attraverso
l’assunzione di responsabilità individuale e l’impegno quotidiano di ciascuno
sul campo. È giusto e normale avere dei punti di riferimento cui ispirarsi,
mentre i fenomeni di mitizzazione indotti dai media sono sempre rischiosi,
perché – a prescindere dalle persone coinvolte – tendono a deresponsabilizzare
il cittadino e ad allontanarlo da una diretta partecipazione alla vita
pubblica, che magari si riduce ad un clic sulla tastiera del computer.
A fianco
dell’Italia che resiste, ci sono nostri concittadini che sembrano non accorgersi
della desertificazione culturale e morale del nostro Paese. Cosa impedisce di
aprire gli occhi?
Scontiamo da troppi anni un gravissimo deficit di
etica pubblica, in un Paese dilaniato dall’egoismo sociale e dai particolarismi
politici, dove i doveri contano infinitamente meno dei diritti, incapace di
introiettare i valori costituzionali e di assimilare una sana cultura delle
regole. Il delitto peggiore commesso a più riprese, nel corso della nostra
storia recente, dai responsabili della gestione della cosa pubblica è stato
quello di assecondare e strumentalizzare i vizi peggiori dell’italiano medio,
legittimando comportamenti e culture deteriori ormai profondamente radicati e
dominanti, in assenza di anticorpi democratici.
Perché da più parti si cerca di riscrivere la storia,
riabilitando personaggi che dovrebbero essere lasciati solamente all’oblio?
Ogni forma di revisionismo è un’operazione di sporca
propaganda che agisce sul passato per giustificare le porcherie del presente e
preparare il terreno alle turpitudini future. Lavora sulla memoria collettiva
per disinnescare il senso critico dell’opinione pubblica.
Nel tuo primo
libro Soltanto alla legge hai
approfondito il principio di indipendenza della magistratura, senza il quale
non si può nemmeno parlare di giustizia, di giudici. Chi ha timore
dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati?
L’indipendenza della magistratura, oltre a mettere i
giudici in condizione di operare sine spe
ac metu, cioè senza speranze di vantaggi o timore di ritorsioni, è
funzionale a garantire l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
Chi ha scheletri nell’armadio ha tutto l’interesse a sabotare il funzionamento
della macchina giudiziaria, alterando le norme processuali o attentando
all’autonomia dei magistrati. È la cosiddetta “inefficienza efficiente”: a chi
sa di essere colpevole fa comodo una giustizia lenta, costretta a far evaporare
nella prescrizione anche gravi reati. Con buona pace degli innocenti e delle
vittime dei reati, che invece avrebbero diritto a una rapida definizione dei
processi.
Processo breve, (contro)riforma delle intercettazioni e
legittimo impedimento: norme necessarie per il miglioramento della giustizia?
«Processo breve» è una delle tante etichette truffaldine
confezionate dai media asserviti per frodare l’opinione pubblica. È assurdo
imporre per lo svolgimento dei processi un limite temporale massimo (oltre il
quale il processo “muore”, a prescindere dallo stato a cui è approdato) senza
agire sulle vere cause della lentezza della macchina giudiziaria: occorre
snellire le procedure, eliminando la giungla di cavilli, eccezioni e inutili
adempimenti che hanno trasformato il processo in un’infinita corsa a ostacoli.
Le intercettazioni sono il principale strumento di ricerca delle prove, un
mezzo tecnico che fotografa nitidamente lo svolgimento dei fenomeni criminosi,
senza quei rischi legati alla delicata valutazione delle dichiarazioni dei
collaboratori di giustizia. Per capire i potenziali effetti della controriforma
in corso, basta immaginare cosa succederebbe in una sala operatoria se ai
chirurghi fosse vietato l’uso del bisturi. Tra «processo breve» e controriforma
delle intercettazioni, si lavora alacremente per dare il colpo di grazia a una
giustizia già malandata
Perché ti ostini a resistere?
Perché, come diceva Gramsci: «Odio gli indifferenti.
L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita».
Altri libri
o attività in cantiere?
Se in futuro troverò un’idea trainante, tornerò
senz’altro a coltivare la mia piccola vena letteraria. Per il momento, con
l’associazione culturale di cui sono uno dei fondatori nella mia città,
continuo a promuovere iniziative sui temi cruciali della democrazia e della
Costituzione. E spero, ovviamente, che il mio nuovo libro possa in qualche modo
puntellare il fragile muro della memoria collettiva e dell’impegno civile.

«Restituire la temperie politica e culturale del Paese attraverso il
filtro di storie e ritratti esemplari di cittadini perbene». Questo uno
degli obiettivi di Francesco Moroni in L’Italia che resiste (Effepi Libri ed.), che ci consegna i ritratti di 20 italiani.
Connazionali le cui storie trasudano di «sacrificio, rinuncia (dai
soldi alla carriera o addirittura alla vita)», come scrive nella
prefazione Loris Mazzetti. Perchè, come scrive l’autore, anche «raccontare è resistere. Districare il viluppo delle trame ordine
dall’uomo dal caso o - per chi ci crede - dal destino».
Fra gli altri, troviamo Daria Bonfietti, che lotta da anni per la
verità sul caso della tragedia di Ustica, nella quale perse la vita il
fratello Alberto, o Piercamillo Davigo, unico componente del pool Mani
pulite a calcare ancora le aule giudiziarie senza cedere alla politica.
Bella la storia della contessa Teresa Cordopatri, che a Reggio
Calabria inizia una sfida a viso aperto alla ‘ndrangheta riuscendo a
indurre lo Stato a confiscare mettere all’asta uliveti su cui aveva
messo la mano l’organizzazione mafiosa.
Da leggere anche la storia del
calciatore Gaetano Scirea, un "Garrone" signorile del calcio ormai
dimenticato, quando invece troppo spesso la stampa esalta i vari
"Franti" dalle pettinature e macchine all’ultima moda.
Ma ci sono – oltre ai ritratti di Pier Paolo Pasolini, Marco
Travaglio, Nanni Moretti e Gherardo Colombo - il «giudice ragazzino’
Luca Tescaroli e – comunque la si pensi sulla delicata vicenda di Eluana
- Beppino Englaro («come il dio di Elie Wiesel appeso a una forca di
Auschwtiz, così le vite di un padre e una figlia sono rimaste inchiodate
per diciassette anni a un crocefisso laico di tubi e cuscini, sospeso
nel limbo dell’ignavia istituzionale…»).
In lista il procuratore Giancarlo Caselli, il giudice piemontese che
durante le indagini sulle stragi mafiose di magistrati degli anni ‘90 «visse in clausura, lontano dalla famiglia, in un appartamento senza
finestre all’ultimo piano di un palazzo in cui era l’unico inquilino,
con i sacchi di sabbia davanti al portone d’ingresso e il piantone
armato 24 ore su 24».
Un capitolo viene dedicato poi a Teresa Sarti Strada, moglie di Gino
Strada (lei, «ombra rossa del gigante», anima discreta e inesauribile
locomotiva di Emergency), purtroppo scomparsa recentemente.
(Sara Regimenti, BooksBlog, 18/05/2010)

In tempi di smarrimento servono occhi per guardare lontano e mani per
costruire un presente diverso. Parole e gesti capaci di sovvertire
l'ordine ammuffito delle cose. Francesco Moroni recupera storie e
ritratti esemplari di professionisti, politici, sacerdoti ed esponenti
della società civile la cui condotta è una quotidiana
veleggiata controvento. (Narcomafie, 3-2010)

Qual è il legame fra Nanni Moretti a Gherardo Colombo? Apparentemente
nessuno. E con quale criterio è possibile accomunare Gaetano Scirea e
Pier Paolo Pasolini, due vite e due esperienze così lontane fra di loro?
Per quanto difficile, una risposta la si può trovare, ed è racchiusa in
una sola parola: resistenza. Esiste infatti un sottile filo rosso che
negli ultimi decenni ha percorso tutta la penisola, intrecciando
esistenze e percorsi di intellettuali, sportivi, politici, magistrati e
artisti controcorrente. In un'Italia sempre più volgare e corrotta,
nella quale il senso della giustizia e del rispetto delle regole non
sembra essere di certo al primo posto nella scala dei valori nazionali,
alcuni cittadini hanno dimostrato con il loro operato che è possibile
resistere. I loro nomi sono ora noti e alla ribalta delle cronache come
Marco Travaglio, Gian Carlo Caselli o Beppino Englaro, ma spesso,
invece, sono persone che conducono le loro battaglie nell'ombra, alla
ricerca semplicemente del rispetto della verità e della giustizia. È
questo il caso di Luca Tescaroli, giovane magistrato negli anni novanta,
a cui fu affidata l'indagine sulla strage di Capaci e che, nonostante
le minacce di Cosa Nostra e le difficoltà ad operare su un terreno in
cui la classe politica spesso si era volutamente invischiata, riuscì a
rischiarare le diverse zone d'ombra nelle indagini. Anche Daria
Bonfietti - altro nome raramente ricordato o conosciuto al grande
pubblico - è riuscita con caparbietà, attraverso il lavoro insistente e
coraggioso dell'associazione familiari delle vittime di Ustica, a
spezzare il muro di gomma che aveva avvolto il famigerato abbattimento
del DC-9 dell'Itavia nel 1980 con decine di morti innocenti a bordo.
Soltanto uno dei tanti pseudo misteri italiani che in realtà non sono
altro che terribili tentativi di insabbiamento della verità per mano di
politici e militari senza scrupoli e senza il minimo rispetto per la
dignità umana...
Ed è questo forse uno dei temi portanti de L'Italia che resiste -
Storie e ritratti di cittadini controcorrente: il recupero della
dignità. Argomento difficile, che riesce ad emergere con forza proprio
grazie alla narrazione di molteplici esperienze di vita, vissute in
contesti e situazioni molto diverse tra loro. Il breve volume scritto
dal giovane Francesco Moroni, sebbene a tratti si lasci andare un po’
troppo all’agiografia dei personaggi, ha il pregio di ricordarci diverse
cose. Prima fra tutte, che nel nostro Paese la normalità dell'impegno
civile è troppo spesso ormai considerata un'eccezione. Infatti,
nonostante le storie presenti in quest'opera ci descrivano
effettivamente una abnegazione, una tenacia e un coraggio fuori dal
comune da parte di alcuni singoli cittadini, è sempre triste constatare
come un magistrato o un'artista che perseguano degli ideali contenuti
nella Costituzione e dei valori in cui tutti dovremmo naturalmente
riconoscerci, sia da considerare un eroe. Ma tant'è, questi sono i
nostri tempi e questo è il nostro Paese, e Francesco Moroni ha fatto più
che bene a rammentarcelo.

Intervista a Francesco Moroni
di Carlo Dojmi di
Delupis
Francesco, classe 1978, dopo aver lavorato nell’ufficio legale di
un’impresa di moda, negli ultimi anni ha concentrato le sue energie
nell’attività di studio e divulgazione dei temi legati alla memoria e
alla legalità. È infatti co-fondatore dell’associazione culturale
Sovversioni non sospette s.l.r., società a lettura responsabile, che dal
2007 promuove iniziative, incontri e dibattiti su questa tematica. Lo
abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo ultimo lavoro.
Venti ritratti di persone spesso molto lontane per cultura e
formazione, vicine nel partecipare, con competenze e ruoli diversi, alla
vita e al servizio della polis con «l'onestà
intellettuale e l'indipendenza di giudizio dei non allineati». Gli
articoli della Costituzione (3, 21, 54, ecc.) li accompagnano e ci
accompagnano, capitolo dopo capitolo, intrecciandosi alle alterne
vicende di questi personaggi, più di quanto non lo abbiano fatto gli uni
nelle vite degli altri: esempi e mezzi di democrazia
partecipativa che «rifiuta il compromesso in nome del primato
della legge e dell'interesse collettivo», lottando contro violazioni di
diritti e negoziazioni di princìpi, sullo sfondo di un patrimonio di
valori condivisi.
L'Italia che resiste è un libriccino dal lessico agile,
snello nella forma quanto pungente (per le nostre coscienze) nella
sostanza, ideale «testimone di una nuova resistenza contro i
pericoli del disimpegno» che meriterebbe di essere ripreso in
mano spesso, se non proprio mai riposto. Non solo «vizio della memoria»
ma anche, e più, riscoperta del "potere" come verbo.
P.S. Tra le numerose note al testo, Francesco Moroni ci
propone una serie di complementi tutt'altro che ordinari e scontati,
attingendo spesso a fonti "inconsuete", dimostrando un'attualissima
concezione multimediale dell'informazione.
(Andrea Caberlon,Voci fuori dal coro 21/04/2010)