La mia vita con Groucho

di Alessandro Olivero

(Scrittura informa, 1 agosto 2009)

La mia vita con Groucho – Crescere con i Fratelli Marx è una biografia romanzata sul celebre personaggio dell’avanspettacolo americano scritta da un profondo conoscitore della sua persona, il suo stesso figlio Arthur.

È suddivisa in due parti: la prima, molto piacevole con punte esilaranti, racconta i primi settanta anni di Groucho, dalla formazione della famiglia Marx al suo ultimo grande successo, il programma radiofonico e televisivo You Bet Your Life.

Fa comprendere quanto poco ci fosse di personaggio, a differenza di molti illustri colleghi, in quell’uomo dallo spirito pronto, feroce e inveterato che è Julius Henry Marx: dimessi i baffi e le sopracciglia finte da uno spettacolo, Groucho esercita costantemente il suo cinico umorismo nella vita privata anche a fronte di casi gravose quali la svalutazione di azioni nella crisi del 1929 o uno dei tre divorzi affrontati. Non può esimersi nemmeno dal ridere del fratello Chico, il giorno della sua morte, ricordandone i numerosi e non indifferenti difetti: un modo forse deprecabile ma indubbiamente verace di encomiare la persona che è stata e per questo amata. Molte volte il suo scherzare ha messo in imbarazzo se non in grave difficoltà sé stesso o la famiglia, anche con le autorità – dalle guardie doganali agli agenti federali (!) – ma allo stesso modo gli ha permesso di riparare a casi apparentemente senza uscita.

Offre il ritratto di un uomo non sempre ragionevole però estremamente buono, ovviamente anticonformista e per questo un marito difficile – non a caso le sue tre mogli finiranno alcolizzate per ovviare all’impari confronto verbale con uno dei più grandi improvvisatori di tutti i tempi – ma padre amorevolissimo. Ferreo negli orari e nelle regole di casa. Attento ai bilanci ma giammai tirchio. Ha  per amici per lo più intellettuali ma è amante della gente comune.

La seconda parte – decisamente avvilente – invece tratta la discesa di padre e figlio in un incubo:

Arthur si vede imprevedibilmente opporre una strenua e, a sua detta, ingiusta opposizione da parte del padre per la pubblicazione della prima parte di questa stessa biografia.

L’anziano Groucho inoltre fa un’infelice conoscenza: Erin Fleming, la quale si proporrà come sua compagna e agente. Verrà circuito e allontanato dai suoi parenti ed amici intimi, defraudato di buona parte del suo patrimonio economico e piegato da maltrattamenti fisici, probabilmente senza che questi fosse mai riuscito ad esserne pienamente consapevole.

Si racconta più del lungo calvario giudiziario intrapreso da Arthur dapprima contro il padre per ottenere la pubblicazione ed infine contro Erin per ottenere l’affido del padre ormai totalmente incapace e prossimo alla morte.

Emergono qui, empaticamente all’autore, sentimenti nella prima parte sconosciuti come la frustrazione. Groucho diverrà irriconoscibile ed il suo umorismo verrà tristemente a mancare, ma non è un caso a sé: è pur sempre un uomo ultraottantenne colpito da più ictus e evidentemente afflitto da demenza senile, non diverso dalla grande maggioranza dei pari età.

Con l’inclusione della seconda parte, la biografia restituisce un ritratto terribilmente onesto di Groucho Marx. L’autore ha uno stile trasparente, non lesina negli episodi imbarazzanti, è completo nell’esplicazione delle principali tappe della carriera del padre ed inserisce anche episodi che hanno originato alcune celeberrime espressioni di Groucho o altrettanto celeberrimi sketch dei Fratelli Marx. Non manca il gossip anche verso gli amori extraconiugali sia del padre che della madre.

La vera particolarità che contraddistingue questa biografia dalle eventuali altre è negli aneddoti sul rapporto padre-figlio -e talvolta zio-nipote in riferimento ai vari Chico, Gummo, Harpo e Zeppo- difficilmente recuperabili da un autore estraneo alla famiglia.

In forma di scheda di valutazione, con voto da 5 a 10 valuto:

- chiarezza dell’esposizione: 10. È un libro molto scorrevole, non ci sono pagine particolarmente ostiche. Segue un ordine cronologico e non mi è successo di dover ricercare indietro nelle pagine un nome od un episodio.

- obiettività e professionalità dell’Autore: 8. A causa del suo rapporto filiale che a volte traspare evidente, non mi sento di affermare che Arthur Marx sia obiettivo nel giudizio del padre, ma sicuramente si è impegnato nel non omettere episodi che qualcuno troverebbe diffamatori e la battaglia legale per la pubblicazione della prima parte del romanzo ne è la prova. Per quanto concerne lo stile, è limpido.

- attrattiva del libro in quanto a contenuti: 8. Chi vuole conoscere l’uomo dietro il personaggio Groucho Marx sarà sorpreso: non c’era nessun personaggio, era veramente fatto così! È impareggiabile nel numero degli aneddoti.

- attrattiva del libro in quanto prodotto editoriale: 6. L’indice dei nomi è certamente utile, ma non sarebbe dispiaciuta almeno una filmografia o delle pagine fotografiche.

- quanto ha appagato la tua curiosità o arricchito il tuo sapere: 8. Molto, mi rimarrebbe solo da visionare i suoi spettacoli e film per poter dire di conoscere Groucho Marx. Cosa che farò al più presto.

In conclusione, è un libro che mi sento di consigliare anche a chi Groucho lo conosce solo sulle pagine di Dylan Dog o chi non lo conosce affatto. Inevitabilmente invoglierà a ricercare le sue acute battute di spirito ed i suoi pensieri verbosi, di vocazione antiautoritaria e nonsense che, nonostante gli anni, hanno preservato la loro efficacia.

La mia vita con Groucho. Crescere con i fratelli Marx

di Igor Mariottini

(Cinema Avvenire 15/04/2008)

Nel 1970 durante un’intervista rilasciata al Berkeley Barb, un giornale della San Francisco Bay noto per le sue posizioni tutt’altro che conservatrici, Groucho Marx diede vita a un’interessante dissertazione sulla situazione politica nazionale che lo portò, suo malgrado, ad affermare che «l’unica speranza per questo paese sia che Nixon venga assassinato», ignorando di fatto la legislazione statunitense che per una simile affermazione prevede il reato federale. Va da sé che la notizia rimbalzò immediatamente verso la East Coast e finì sulle pagine del New York Times e del Newsweek, sollevando una bufera che finì per investire il povero Groucho; il quale si trovò ben presto al centro di un’indagine federale con l’accusa di cospirazione. Dunque Groucho Marx versus Richard Nixon, il comico e il paranoico; la domanda se i due ruoli siano perfettamente interscambiabili appare legittima, tuttavia irrisolvibile. Ovviamente Groucho si scusò dicendo che «durante tutto il corso della sua vita lui non aveva mai detto la verità su uomini, donne o esseri di qualsiasi altro sesso», tuttavia, la sua spiegazione, seppur ragionevole, non fece breccia nel cuore dell’Amministrazione Nixon, che lo classificò come possibile attentatore alla vita del trentasettesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Qualche anno più tardi, il "duello" si concluse con l’autoeliminazione (non fisica, s’intende!) del secondo, che di fatto rappresentò per se stesso un pericolo ben più grave di un intero esercito di cospiratori o di un simpatico ottantenne con baffi e occhiali.
Arthur Marx, primogenito di Groucho, in questo My Life with Groucho: Growing Up with Marx Brothers (La Mia Vita con Groucho. Crescere con i fratelli Marx) pubblicato originariamente negli Stati Uniti nel 1992, si diverte (non senza ragione) e ci diverte raccontandoci settanta anni di epopea grouchesca, da quando, nel 1904, all’età di quattordici anni, Julius H. Marx "decise" di lasciare la scuola. Virgolette obbligatorie perché, secondo l’autore, Groucho fu costretto ad abbandonare gli studi ben prima del conseguimento del diploma a causa di un’inguaribile allergia nei confronti degli insegnanti e di una situazione economica non proprio ottimale. Tuttavia, Arthur Marx conferma senza problemi l’immagine, ormai depositata nell’immaginario dei fan, di un Groucho Marx instancabile lettore, con sigaro e relativa copia del New Yorker, quasi fosse, il sigaro, un obbligato inserto del settimanale newyorkese.
Marx Junior diluisce con metodo la vita privata e la carriera di Groucho, restituendo al lettore la piacevole e "sintetica" sensazione di assistere a un’inedita (e molto ben costruita) pellicola dei Marx Bros, dove la continua oscillazione tra il gradevole ricordo domestico, che ha come indiscusso protagonista un padre affettuoso (che con grande stupore del pubblico non esita a posizionare il piccolo Arthur sulla lettiga del capitano Spaulding durante la tournee teatrale di Animal Crackers), e la vita pubblica di Groucho s’inseguono reciprocamente.
Se questo La mia vita con Groucho non possiede certamente la brillantezza narrativa esibita dallo stesso Groucho nella sua splendida autobiografia Groucho and Me, il libro di Arthur Marx ha comunque un pregio difficilmente ignorabile, quello di riuscire a ricodificare continuamente "l’essere" più intimo della comicità Grouchesca, ovvero quel luogo dove verbosità, inversione di senso e vocazione antiautoritaria entrano facilmente e fatalmente in contatto, stabilendo un campo d’azione che travalica quasi sempre la scena o il set cinematografico. Lo diceva lo stesso Groucho nelle sue lettere, si inizia con lo scrivere qualche storiella divertente poi non se ne riesce più a farne a meno e, questo lo aggiungiamo noi, ci si ritrova nei guai per aver scritto la parola "contrabbandiere" alla voce professione del questionario doganale. Arthur Marx, slegato dai lacci dell’onestà intellettuale che tenevano legato suo padre in Groucho and Me, vince la sua partita proprio grazie a queste straordinarie microstorie che innervano e compongono la parte più divertente e forse più attesa dell’intero libro; senza di esse, La mia vita con Groucho. Crescere con i Fratelli Marx si sarebbe trasformato in un indigesto pasticcio di star hollywoodiane, tennis club e passeggiate per Beverly Hills.
Ora, al lettore più attento spetta il compito di ricomporre, interpretare e soprattutto "godere" di un puzzle di eventi dissimili che elevano l’umorismo grouchiano a universale chiave di lettura per l’interpretazione del reale, segno anarchico per eccellenza che si avvicina al gesto politico nel momento in cui vi si allontana.



La mia vita con Groucho

di Epicentro

(da www.lankelot.eu)

È difficile parlare di questo libro. Lo è in special modo per un fanatico (unica soddisfacente traduzione di fan) dei Marx Bros.

La difficoltà sta nel tentativo, corrosivo, di scindere tra chi lo scrive e ciò che è scritto. Perché parlare di questo libro è mettere in discussione gli avvenimenti che racconta. È arduo tornare alla realtà e parlare criticamente dello scrittore Arthur Marx. C’è talmente tanto Groucho – e così terribilmente inedito, almeno nel nostro paese – che le idee si sgretolano l’una dentro l’altra e bisogna tenerle buone. Come una fiction commerciale i colpi bassi si alternano alla letizia in maniera talmente credibile da sembrar tutto vero. Anche nelle sequenze più inquietanti ed atroci, lo stile del Figlio Marx è impeccabile e fluido. È talmente trasparente e coinvolgente da sembrare furbo. A lettura ultimata, raccattando qua e là brevi accenni psicologici del narratore, sappiamo che è sincero. Non può non esserlo.

Dopo un articolo sulla rivista Collier’s in cui parla del padre, ad Arthur Marx viene offerta una cifra astronomica – per le sue tasche, non certo per quelle del genitore – per stendere un intero libro in cui raccontare la vita di Groucho Marx. Erano gli anni ’50 e Groucho, conclusa infelicemente la carriera cinematografica – sia per gli incassi non soddisfacenti sia per l’età ormai avanzata – aveva optato con successo per un programma intitolato You bet your life, prima radiofonico poi televisivo, i cui incassi ora superavano di gran lunga i successi di Broadway e delle pellicole cinematografiche. Era un quiz in cui la struttura del gioco passava in secondo piano dando spazio ai dialoghi improvvisati tra Groucho e i suoi ospiti. Il pubblico in studio non riusciva a contenersi e lo show durò per quattordici anni con un successo straordinario. L’astro dei Marx dopo tanti anni continuava a brillare.

Scrivere un libro su Groucho in quel periodo sarebbe stato il trampolino di lancio per il figlio, scrittore non troppo fortunato di romanzi, commedie teatrali e opere televisive. Neanche a dirlo, le copie vendute sorpassarono le migliori previsioni. Il titolo era La mia vita con Groucho. Il libro è diviso in due parti. Nella prima c’è appunto My life with Groucho; la seconda invece comprende le integrazioni fatte da Arthur Marx negli anni seguenti oltre la morte di Groucho nel 1977, sino agli ultimi avvenimenti del 1988.

Cos’ha di particolare questa biografia? Innanzi tutto ha due volti non sempre troppo differenti. Talvolta si fondono. Il taglio netto tra le due parti è imprescindibile dall’opera totale; la prima parte sarebbe solo “carina”, non convincente senza la seconda, e questa sarebbe semplicemente cronaca scevra di letteratura se letta a sé stante.

La prima parte è una sorta di racconto affettuoso di un figlio che vuole dipingere un padre eccentrico, in un’immagine di lui ben definita anche se in verità dentro una linda campana di vetro, la seconda presenta un brusco risveglio in una realtà meno rosea, fatta di avvocati e minacce: è lo scontro frontale di uno scrittore adulto davanti ad un mondo di plastica dal fondo oscuro.

Arthur per scrivere la prima parte, aveva passato delle ore a farsi raccontare aneddoti, a rispolverare fotografie, a prendere appunti su fatti che non poteva aver conosciuto. Poi ci sono i ricordi d’infanzia, i viaggi coi genitori, le partite di tennis col padre e i grandi nomi di Hollywood. Le sensazioni miste ai racconti di un passato, appunto, oramai alle spalle. È un resoconto di ricordi, in gran parte riferiti al biografo da altri.

La seconda parte si apre con la reazione del padre al My life with Groucho. Del tutto negativa. Appaiono azioni legali, notti insonni ed ansia. L’autore prende più spazio nella storia, è come se qualcosa di incomprensibile per lui stesse accadendo: il padre del suo libro non sembrava lo stesso con cui aveva a che fare, adesso.

Ci sono tante immagini di Groucho Marx nel libro che non possono essere ignorate. Alcune brillano di genialità comica, altre sono specchio di morte e desolazione. C’è anche questo nelle pagine di Arthur Marx. La morte. Logorante, a volte penosa, in alcuni passi terribile e paralizzante. Sconvolge soprattutto per chi conosce l’icona impagabile del Groucho ridente, matto, che non ci pensa due volte prima di saltare su un tavolo o di insultare finemente una pomposa signora. Ossia: il Groucho della Prima parte.

Non precipitiamo le cose: l’idea che ci si fa a lettura ultimata del comico statunitense è comunque positiva. Forse più di quanto ci si aspetterebbe da un attore hollywoodiano.

Unici amici: intellettuali; niente feste notturne, cena alle sette e a letto alle dieci, passeggiata mattutina con il cane, rapporto d’intesa coi figli più saldo che con le mogli – che finivano per diventare alcolizzate, tutte, con un parlatore del genere al loro fianco – attento alle spese, attaccato alla famiglia, professionista nel lavoro e amante della gente comune. Qualità che è improbabile trovare nella star di Hollywood, oggi come ai tempi d’oro. A questo si aggiunga un innato senso dell’umorismo che si fondava su una dote non comune, ma in Groucho solidissima: l’improvvisazione. Così come sullo schermo, nella vita privata non riusciva a non sdrammatizzare tutto: disgrazie comprese. Il giorno del funerale di Chico, il fratello più grande, Groucho e Harpo se ne stettero in macchina dopo la cerimonia a raccontarsi i difetti del giocatore d’azzardo e donnaiolo appena scomparso, sparlando del rabbino che aveva celebrato il rito funebre lodando inutilmente, a detta loro, le virtù caritatevoli ed umane del fratello.

Il ritratto che si delinea è, come già detto, di una persona estremamente sensibile, con una dote non comune: era buono. Chico aveva speso la vita intera nel gioco. D’azzardo, soprattutto. Così come Zeppo, il fratello meno noto, era un giocatore incallito e viveva alla giornata, “divertendosi” molto più degli altri due fratelli. Harpo, ovviamente verrebbe da dire, era il più docile. Sebbene stravagante e, usando un termine volgare, completamente matto, era l’unico ad aver mantenuto una famiglia compatta: stessa moglie e quattro figli adottati.

Ma basta dati anagrafici. Torniamo al libro. La prima parte è spassosa, esauriente anche per chi non ha ben chiaro chi fu Groucho Marx. La seconda è un trauma per chi invece ne sapeva qualcosa.

C’è da dire che qui in Italia dei Marx si sa poco. Certo, erano quattro poi tre fratelli che fecero film anarchici. Ah, uno di loro è stato omaggiato in Dylan Dog. Fine.

La mia vita con Groucho è, per ora, l’unico libro essenziale per sapere qualcosa di concreto su: avvenimenti, psicologia, retroscena, cronaca e non solo quella rosa. È un pugno allo stomaco per chi dei Marx, di Groucho in particolare, conserva un’immagine stravagante e per così dire, serena.

Arrivati a metà libro si è in una situazione di svantaggio: per prima cosa simpatizziamo per il protagonista. In secondo luogo siamo curiosi di come ha passato gli ultimi anni della sua vita. Non ci son scuse, la curiosità del pettegolezzo ci assale. Perché il Figlio Marx adotta uno stile così trasparente da dar l’impressione di sfogliare una rivista. Pare che voglia essere sottovalutato. E, per curiosità, si va avanti.

Qualcosa è cambiato. La serenità tipica delle pagine precedenti comincia a smussarsi sino a che, in certi momenti, svanisce del tutto. La realtà in bianconero fin’ora raccontata prende colore, ci si avvicina ai nostri tempi, finiscono i ’60 e ci si avvicina agli anni ’70. Groucho è del 1890 e l’età comincia a farsi sentire.

Lo scrittore Arthur racconta dei contrasti con un uomo che mostrava evidenti sintomi di senilità: accentuati particolarmente da un ictus che lo colpì nel 1971. Ma non fu quello il male peggiore. Fu una donna, giovane e completamente matta. Di un egoismo che sfociò in violenza incontrollabile.

Come spesso è capitato, la solitudine di vecchie star è stata soppiantata da rapporti burrascosi con intrepide fanciulle pronte a tutto pur di far carriera. Erin Fleming, infatti, era disposta a tutto.

L’insofferenza dello scrittore che, con precisione, s’insinua in ogni passaggio cronologico evitando eccessivi personalismi infonde nel lettore: rabbia, dolore, shock.

È l’impotenza dell’autore che vede sbarrarsi ogni porta verso la ragionevolezza e la giustizia davanti ad avvenimenti impensabili da una mente sana e che non si riesce a debellare: come il figlio di un grande personaggio famoso, intrappolato in se stesso, compresso dalla popolarità del padre, dal talento del padre, impotente cerca di erigersi e non riesce, è schiacciato da altre forze innaturali e ingiuste.

Erin, la nuova compagna di Groucho, è un demonio. Ma niente viene anticipato, le pagine parlano con lo scorrere del tempo: la donna approfittando della solitudine del vecchio attore – anche Harpo era morto da poco, costringendolo a un’apatia depressiva vicina alla morte – riesce ad isolarlo da tutti: parenti, amici. Scrive lettere infuocate contro produttori a nome di Groucho, licenzia parte della servitù, si impossessa di documenti, modifica il testamento, si accerchia di avvocati e guardie del corpo. Allontana quello che era sempre stato un consigliere per Groucho, suo figlio Arthur. Ogni persona che mette piede in quella casa è allontanato, le stesse figlie si rifiutano di visitare il padre finché non scacci la nuova compagna. Ma Groucho è intontito dalle droghe somministrate a forza e dall’età. Tempo dopo confesserà di essere terrorizzato da quella donna. I vecchi amici svaniscono, o passano a miglior vita o semplicemente non vogliono più avere niente a che fare con lei. Al figlio è sbarrato l’accesso in casa.

Cominciano i maltrattamenti fisici a Groucho, che ormai va per gli ottantasei. Nuovi ictus, ma Erin lo costringe ad esibirsi: metà del ricavato andrà direttamente a lei. Groucho è esausto: svenimenti, cadute, una frattura del bacino che però non frenano i progetti di lei, ormai considerata dai servi che si licenziano una donna fuori di senno. Ad una cena con amici, gli tira uno schiaffo davanti a tutti perché, quasi incosciente, rifiuta di mangiare della verdura. La cuoca, cui Groucho era così affezionato da volerle lasciare in eredità una cospicua somma di denaro, preferisce rinunciarvi pur di non stare in quella casa.

Una delle immagini più avvilenti è la seguente, dove Arthur riesce ad entrare in casa del padre accompagnato da alcuni avvocati. «Mentre aspettavamo la risposta del tribunale, Erin se ne andava in giro a dire che Groucho era totalmente capace di intendere e di volere. E per dimostrarlo, lo faceva portare in soggiorno dall’infermiera in sedia a rotelle e lo faceva mettere davanti al pianoforte. […]. Su richiesta di Erin, tentò di suonare il piano e di cantare. Ma tutto quel che riuscì a fare fu emettere suoni gutturali senza melodia mentre continuava senza sosta con l’indice la stessa nota del pianoforte.

Io mi sentii triste andandogli incontro, non per dargli un documento, ma per dargli un bacio sulla fronte e chiedergli come stava. “Bene” disse lui, guardandomi con sospetto. Era come trovarsi davanti ad un perfetto estraneo. Io mi sentii totalmente sconvolto mentre lui si era rigirato verso la tastiera e aveva ripreso a battere lo stesso tasto» (pag. 403).

Solo il tribunale allontanerà Erin temporaneamente da Groucho, mentre le sue condizioni saranno peggiorate e prossime alla morte. Il 19 agosto 1977.

È il tema della solitudine a prevalere. E il terrore di vivere il momento peggiore, quando invece questi è dietro una porta ad aspettare, facendo sprofondare la malinconia e il rimpianto in orrore e perdizione. Perdita dei sensi. Sapere l’intelligenza e il genio soffocati dall’avidità e dalla follia – marcia, maligna – è il lato più sconfortante. La morte dell’intuizione, il prevalere del noioso vivere umano sulla spontaneità del bello. Impotenza e rimpianto.

Il puzzo dei quattrini e il tedioso, viscido, effimero e schifoso egoismo. A trent’anni dalla sua morte, a trent’anni da quei giorni.