La mia vita con Groucho
di Epicentro
(da www.lankelot.eu)
È difficile parlare di questo libro. Lo è in special modo per un fanatico (unica soddisfacente traduzione di fan) dei Marx Bros.
La difficoltà sta nel tentativo, corrosivo, di scindere tra chi lo scrive e ciò che è scritto. Perché parlare di questo libro è mettere in discussione gli avvenimenti che racconta. È arduo tornare alla realtà e parlare criticamente dello scrittore Arthur Marx. C’è talmente tanto Groucho – e così terribilmente inedito, almeno nel nostro paese – che le idee si sgretolano l’una dentro l’altra e bisogna tenerle buone. Come una fiction commerciale i colpi bassi si alternano alla letizia in maniera talmente credibile da sembrar tutto vero. Anche nelle sequenze più inquietanti ed atroci, lo stile del Figlio Marx è impeccabile e fluido. È talmente trasparente e coinvolgente da sembrare furbo. A lettura ultimata, raccattando qua e là brevi accenni psicologici del narratore, sappiamo che è sincero. Non può non esserlo.
Dopo un articolo sulla rivista Collier’s in cui parla del padre, ad Arthur Marx viene offerta una cifra astronomica – per le sue tasche, non certo per quelle del genitore – per stendere un intero libro in cui raccontare la vita di Groucho Marx. Erano gli anni ’50 e Groucho, conclusa infelicemente la carriera cinematografica – sia per gli incassi non soddisfacenti sia per l’età ormai avanzata – aveva optato con successo per un programma intitolato You bet your life, prima radiofonico poi televisivo, i cui incassi ora superavano di gran lunga i successi di Broadway e delle pellicole cinematografiche. Era un quiz in cui la struttura del gioco passava in secondo piano dando spazio ai dialoghi improvvisati tra Groucho e i suoi ospiti. Il pubblico in studio non riusciva a contenersi e lo show durò per quattordici anni con un successo straordinario. L’astro dei Marx dopo tanti anni continuava a brillare.
Scrivere un libro su Groucho in quel periodo sarebbe stato il trampolino di lancio per il figlio, scrittore non troppo fortunato di romanzi, commedie teatrali e opere televisive. Neanche a dirlo, le copie vendute sorpassarono le migliori previsioni. Il titolo era La mia vita con Groucho. Il libro è diviso in due parti. Nella prima c’è appunto My life with Groucho; la seconda invece comprende le integrazioni fatte da Arthur Marx negli anni seguenti oltre la morte di Groucho nel 1977, sino agli ultimi avvenimenti del 1988.
Cos’ha di particolare questa biografia? Innanzi tutto ha due volti non sempre troppo differenti. Talvolta si fondono. Il taglio netto tra le due parti è imprescindibile dall’opera totale; la prima parte sarebbe solo “carina”, non convincente senza la seconda, e questa sarebbe semplicemente cronaca scevra di letteratura se letta a sé stante.
La prima parte è una sorta di racconto affettuoso di un figlio che vuole dipingere un padre eccentrico, in un’immagine di lui ben definita anche se in verità dentro una linda campana di vetro, la seconda presenta un brusco risveglio in una realtà meno rosea, fatta di avvocati e minacce: è lo scontro frontale di uno scrittore adulto davanti ad un mondo di plastica dal fondo oscuro.
Arthur per scrivere la prima parte, aveva passato delle ore a farsi raccontare aneddoti, a rispolverare fotografie, a prendere appunti su fatti che non poteva aver conosciuto. Poi ci sono i ricordi d’infanzia, i viaggi coi genitori, le partite di tennis col padre e i grandi nomi di Hollywood. Le sensazioni miste ai racconti di un passato, appunto, oramai alle spalle. È un resoconto di ricordi, in gran parte riferiti al biografo da altri.
La seconda parte si apre con la reazione del padre al My life with Groucho. Del tutto negativa. Appaiono azioni legali, notti insonni ed ansia. L’autore prende più spazio nella storia, è come se qualcosa di incomprensibile per lui stesse accadendo: il padre del suo libro non sembrava lo stesso con cui aveva a che fare, adesso.
Ci sono tante immagini di Groucho Marx nel libro che non possono essere ignorate. Alcune brillano di genialità comica, altre sono specchio di morte e desolazione. C’è anche questo nelle pagine di Arthur Marx. La morte. Logorante, a volte penosa, in alcuni passi terribile e paralizzante. Sconvolge soprattutto per chi conosce l’icona impagabile del Groucho ridente, matto, che non ci pensa due volte prima di saltare su un tavolo o di insultare finemente una pomposa signora. Ossia: il Groucho della Prima parte.
Non precipitiamo le cose: l’idea che ci si fa a lettura ultimata del comico statunitense è comunque positiva. Forse più di quanto ci si aspetterebbe da un attore hollywoodiano.
Unici amici: intellettuali; niente feste notturne, cena alle sette e a letto alle dieci, passeggiata mattutina con il cane, rapporto d’intesa coi figli più saldo che con le mogli – che finivano per diventare alcolizzate, tutte, con un parlatore del genere al loro fianco – attento alle spese, attaccato alla famiglia, professionista nel lavoro e amante della gente comune. Qualità che è improbabile trovare nella star di Hollywood, oggi come ai tempi d’oro. A questo si aggiunga un innato senso dell’umorismo che si fondava su una dote non comune, ma in Groucho solidissima: l’improvvisazione. Così come sullo schermo, nella vita privata non riusciva a non sdrammatizzare tutto: disgrazie comprese. Il giorno del funerale di Chico, il fratello più grande, Groucho e Harpo se ne stettero in macchina dopo la cerimonia a raccontarsi i difetti del giocatore d’azzardo e donnaiolo appena scomparso, sparlando del rabbino che aveva celebrato il rito funebre lodando inutilmente, a detta loro, le virtù caritatevoli ed umane del fratello.
Il ritratto che si delinea è, come già detto, di una persona estremamente sensibile, con una dote non comune: era buono. Chico aveva speso la vita intera nel gioco. D’azzardo, soprattutto. Così come Zeppo, il fratello meno noto, era un giocatore incallito e viveva alla giornata, “divertendosi” molto più degli altri due fratelli. Harpo, ovviamente verrebbe da dire, era il più docile. Sebbene stravagante e, usando un termine volgare, completamente matto, era l’unico ad aver mantenuto una famiglia compatta: stessa moglie e quattro figli adottati.
Ma basta dati anagrafici. Torniamo al libro. La prima parte è spassosa, esauriente anche per chi non ha ben chiaro chi fu Groucho Marx. La seconda è un trauma per chi invece ne sapeva qualcosa.
C’è da dire che qui in Italia dei Marx si sa poco. Certo, erano quattro poi tre fratelli che fecero film anarchici. Ah, uno di loro è stato omaggiato in Dylan Dog. Fine.
La mia vita con Groucho è, per ora, l’unico libro essenziale per sapere qualcosa di concreto su: avvenimenti, psicologia, retroscena, cronaca e non solo quella rosa. È un pugno allo stomaco per chi dei Marx, di Groucho in particolare, conserva un’immagine stravagante e per così dire, serena.
Arrivati a metà libro si è in una situazione di svantaggio: per prima cosa simpatizziamo per il protagonista. In secondo luogo siamo curiosi di come ha passato gli ultimi anni della sua vita. Non ci son scuse, la curiosità del pettegolezzo ci assale. Perché il Figlio Marx adotta uno stile così trasparente da dar l’impressione di sfogliare una rivista. Pare che voglia essere sottovalutato. E, per curiosità, si va avanti.
Qualcosa è cambiato. La serenità tipica delle pagine precedenti comincia a smussarsi sino a che, in certi momenti, svanisce del tutto. La realtà in bianconero fin’ora raccontata prende colore, ci si avvicina ai nostri tempi, finiscono i ’60 e ci si avvicina agli anni ’70. Groucho è del 1890 e l’età comincia a farsi sentire.
Lo scrittore Arthur racconta dei contrasti con un uomo che mostrava evidenti sintomi di senilità: accentuati particolarmente da un ictus che lo colpì nel 1971. Ma non fu quello il male peggiore. Fu una donna, giovane e completamente matta. Di un egoismo che sfociò in violenza incontrollabile.
Come spesso è capitato, la solitudine di vecchie star è stata soppiantata da rapporti burrascosi con intrepide fanciulle pronte a tutto pur di far carriera. Erin Fleming, infatti, era disposta a tutto.
L’insofferenza dello scrittore che, con precisione, s’insinua in ogni passaggio cronologico evitando eccessivi personalismi infonde nel lettore: rabbia, dolore, shock.
È l’impotenza dell’autore che vede sbarrarsi ogni porta verso la ragionevolezza e la giustizia davanti ad avvenimenti impensabili da una mente sana e che non si riesce a debellare: come il figlio di un grande personaggio famoso, intrappolato in se stesso, compresso dalla popolarità del padre, dal talento del padre, impotente cerca di erigersi e non riesce, è schiacciato da altre forze innaturali e ingiuste.
Erin, la nuova compagna di Groucho, è un demonio. Ma niente viene anticipato, le pagine parlano con lo scorrere del tempo: la donna approfittando della solitudine del vecchio attore – anche Harpo era morto da poco, costringendolo a un’apatia depressiva vicina alla morte – riesce ad isolarlo da tutti: parenti, amici. Scrive lettere infuocate contro produttori a nome di Groucho, licenzia parte della servitù, si impossessa di documenti, modifica il testamento, si accerchia di avvocati e guardie del corpo. Allontana quello che era sempre stato un consigliere per Groucho, suo figlio Arthur. Ogni persona che mette piede in quella casa è allontanato, le stesse figlie si rifiutano di visitare il padre finché non scacci la nuova compagna. Ma Groucho è intontito dalle droghe somministrate a forza e dall’età. Tempo dopo confesserà di essere terrorizzato da quella donna. I vecchi amici svaniscono, o passano a miglior vita o semplicemente non vogliono più avere niente a che fare con lei. Al figlio è sbarrato l’accesso in casa.
Cominciano i maltrattamenti fisici a Groucho, che ormai va per gli ottantasei. Nuovi ictus, ma Erin lo costringe ad esibirsi: metà del ricavato andrà direttamente a lei. Groucho è esausto: svenimenti, cadute, una frattura del bacino che però non frenano i progetti di lei, ormai considerata dai servi che si licenziano una donna fuori di senno. Ad una cena con amici, gli tira uno schiaffo davanti a tutti perché, quasi incosciente, rifiuta di mangiare della verdura. La cuoca, cui Groucho era così affezionato da volerle lasciare in eredità una cospicua somma di denaro, preferisce rinunciarvi pur di non stare in quella casa.
Una delle immagini più avvilenti è la seguente, dove Arthur riesce ad entrare in casa del padre accompagnato da alcuni avvocati. «Mentre aspettavamo la risposta del tribunale, Erin se ne andava in giro a dire che Groucho era totalmente capace di intendere e di volere. E per dimostrarlo, lo faceva portare in soggiorno dall’infermiera in sedia a rotelle e lo faceva mettere davanti al pianoforte. […]. Su richiesta di Erin, tentò di suonare il piano e di cantare. Ma tutto quel che riuscì a fare fu emettere suoni gutturali senza melodia mentre continuava senza sosta con l’indice la stessa nota del pianoforte.
Io mi sentii triste andandogli incontro, non per dargli un documento, ma per dargli un bacio sulla fronte e chiedergli come stava. “Bene” disse lui, guardandomi con sospetto. Era come trovarsi davanti ad un perfetto estraneo. Io mi sentii totalmente sconvolto mentre lui si era rigirato verso la tastiera e aveva ripreso a battere lo stesso tasto» (pag. 403).
Solo il tribunale allontanerà Erin temporaneamente da Groucho, mentre le sue condizioni saranno peggiorate e prossime alla morte. Il 19 agosto 1977.
È il tema della solitudine a prevalere. E il terrore di vivere il momento peggiore, quando invece questi è dietro una porta ad aspettare, facendo sprofondare la malinconia e il rimpianto in orrore e perdizione. Perdita dei sensi. Sapere l’intelligenza e il genio soffocati dall’avidità e dalla follia – marcia, maligna – è il lato più sconfortante. La morte dell’intuizione, il prevalere del noioso vivere umano sulla spontaneità del bello. Impotenza e rimpianto.
Il puzzo dei quattrini e il tedioso, viscido, effimero e schifoso egoismo. A trent’anni dalla sua morte, a trent’anni da quei giorni.