Cinquant'anni dietro la macchina da presa

di Claudia Santonocito

(Excursus.org, ottobre 2016)

«La luce (e quindi la fotografia) è puro sentimento: nel corso della mia vita professionale me ne sono servito per creare delle atmosfere, caratterizzare e perfezionare scenografie, impreziosire costumi e arredi, valorizzando attori e attrici, mascherando o levigando le imperfezioni dei loro volti, o accentuando i loro tratti migliori».
Una carriera dedicata alla ricerca e alla creazione della luce perfetta quella di Sergio D’Offizi, direttore della fotografia tra i più amati della storia del cinema. Nel volume Cinquant’anni dietro la macchina da presa. La mia fotografia nei film (Prefazione di Amedeo di Sora, Introduzione di Gerry Guida, Effepi Libri, pp. 160,  € 13,00) è racchiusa tutta la sua vita, dagli albori fino alla notorietà, scandita coi tempi di un film.
Nei Titoli di testa racconta della sua nascita avvolta nell’accecante “luce” estiva del 1934, del lavoro del padre nel cinema (come ispettore nella cura degli aspetti organizzativi e logistici della lavorazione dei film dei ricordi tragici legati alla guerra), dei suoi primi impieghi al suo fianco negli studi di Cinecittà. Arrivando poi ai primi ingaggi da solo, ai primi western, fino al 1971, quando Nanni Loy lo volle con sé.
Ed ecco profilarsi il suo Primo Tempo, un tempo dove la figura predominante è il grande Alberto Sordi, che ben presto dimostrò nei confronti di Sergio una stima e un’amicizia che, com’è noto, il suo carattere un po’ rugoso non concedeva facilmente. Furono anni di grandi film, di viaggi, di disavventure, di aneddoti, ma anche di grandi scelte. I film fotografati da D’Offizi sono talmente tanti (117 per l’esattezza) che risulta impossibile scegliere qualche titolo da citare, per evitare di far torto ai grandi nomi con cui lavorò.
Nell’Intervallo D’Offizi ci racconta della luce, della passione per il suo lavoro che crea arte anche se in maniera nascosta, delle nuove tecnologie che si sono insinuate sempre di più nel mondo del cinema. Il Secondo Tempo è tutto dedicato alla descrizione dei registi con i quali ha lavorato, professionisti con cui si sono creati dei rapporti di feeling e stima che con alcuni si sono protratti molto più in là che durante la sola preparazione del film. I grandi nomi si alternano in questo capitolo saltando da Duccio Tessari, a Nanni Loy al burbero buono Mario Monicelli, senza dimenticare sia la collaborazione con Massimo Troisi, nel film Ricomincio da tre, che la profonda intesa con Ruggero Deodato che con il suo Cannibal Holocaust è tra i film più censurati della storia del cinema, addirittura bandito da moltissimi Paesi.
Il Dietro le quinte è un botta e risposta con Gerry Guida, le domande spaziano sulla curiosità se D’Offizi potesse essere stato mai interessato alla regia, se avesse mai avuto preferenze per un genere particolare o per un’attrice o un attore. Seguono delle domande sulla tv con particolare interesse per quella americana, e inevitabili sono le rivelazioni sul film che ha amato più di tutti: Sistemo l’America e torno di Nanni Loy che si è poi anche rivelato uno dei più faticosi sia fisicamente che psicologicamente durante la lavorazione.
Infine le Testimonianze di attori come Lello Arena, Giuliano Gemma, Renato Scarpa o Alberto Rossi, ma anche della costumista Gianna Gissi con la quale lavorò durante Il marchese del Grillo e Amici miei II, tutti entusiasti della cortesia e della professionalità di Sergio. Le Considerazioni finali insieme a una Breve Antologia Critica, all’elenco dei Premi e Nominations e alla completa Filmografia di D’Offizi, chiudono questo volumetto vibrante di amore per il proprio lavoro e per il cinema.
Sergio D’Offizi scandisce il suo tempo e con un linguaggio semplice ci regala un viaggio attraverso più di cinquant’anni di cinema tra volti, registi e film che hanno fatto la storia del nostro Paese. E lo fa con la passione di chi ha vissuto di luce e con la luce ha allietato la serata e ha fatto sognare milioni di spettatori. Il direttore della fotografia è uno di quei lavori che forse solo pochi sanno quanto possa essere fondamentale per la settima arte, anzi per dirlo con le sue parole: «La luce indaga, racconta: come nella vita, nulla esisterebbe se non fosse illuminato nel modo giusto. Non ci sarebbero i colori, sfumature e neanche le ombre».
E a noi non resta che ringraziarlo.


Cinquant'anni dietro la macchina da presa

di Erminio Fischetti

(Mangialibri, 26 aprile 2016)

È nato d’estate. Il primo luglio 1934, per l’esattezza. A Roma. Per la precisione al Casilino. A quell’epoca un biglietto del cinema costa in media una lira e mezza, Blasetti gira il suo capolavoro, alla mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia dà scandalo la breve sequenza di Estasi nella quale Hedy Lamarr compare per qualche istante nuda, Luigi Pirandello vince il premio Nobel per la letteratura, la nazionale di calcio italiana guidata dal tecnico Vittorio Pozzo si aggiudica il suo primo campionato del mondo, gli studi di Cinecittà non esistono ancora perché la prima pietra viene posta solo due anni dopo, così come non esiste nemmeno la televisione, ma Mussolini c’è già, e non è poco. Ma non vuole aggiungere altro a questo proposito, perché di quel periodo storico tutti sanno. Chi non sa in realtà lo dice soltanto, fa solo finta di non sapere. Ha sempre vissuto a Roma. Terzo di tre figli. Figlio d’arte. Il padre, infatti, lavora nel cinema, è un ispettore di produzione, si occupa degli aspetti organizzativi e logistici propri della realizzazione di un film, collaborando con il già nominato Blasetti, Camerini e Soldati. La mamma è casalinga, la sorella lavora nel teatro d’avanguardia, il fratello è responsabile elettricista nelle troupe, e spesso condividono il set. L’infanzia è felice, non manca nulla. Nell’appartamento accanto c’è Eugenia, il suo primo amore. Gli anni spensierati si interrompono coi bombardamenti: uno rade al suolo la casa. Dopo varie peripezie la guerra finisce, l’Italia diventa repubblicana, ma il mondo del cinema sembra essersi fermato: il padre continua a essere disoccupato. Sergio, dopo una licenza media conseguita con ottimi risultati, lascia la scuola e inizia a lavorare. Nel cinema. Poi il padre muore, e lui si rimbocca le maniche. Tutto sembra cospirare perché rinunci al suo sogno. Ma…

Sergio D’Offizi è stato il direttore della fotografia di 117 film in cinquant’anni di carriera. In questo libro che cura lui stesso insieme allo storico e critico cinematografico Gerry Guida (la prefazione è di Amedeo Di Sora), che lo intervista, racconta la sua vita, la ricca aneddotica che lo lega a molti grandi cineasti, i rapporti professionali e umani, il suo lavoro, fondamentale per la buona riuscita di un film, perché la fotografia fa parte a pieno titolo del linguaggio cinematografico, visto che una luce sbagliata può cambiare completamente il destino di una sequenza, e il mondo del cinema, con le sue luci, appunto, e le sue ombre. Ma il nucleo centrale del testo, dove compaiono anche diverse belle foto e varie testimonianze di attori e colleghi di quello che è stato tra l’altro l’operatore di fiducia del compianto Giuliano Gemma, è senza dubbio il sodalizio con Alberto Sordi: Il marchese del Grillo, di Monicelli, con cui collabora anche per esempio in Amici miei II, e per il quale ottiene la nomination ai David di Donatello, Il tassinaro, Io e Caterina, In viaggio con papà, Tutti dentro, Finché c’è guerra c’è speranza, Di che segno sei?, Detenuto in attesa di giudizio, Il testimone, Io so che tu sai che io so… La prosa è molto semplice, il bagaglio di curiosità è ampio, divertente e interessante, anche perché attraverso questi ricordi si può persino ricostruire tutto quello che c’è dietro la macchina da presa, che non si vede ma comunque esiste, ed è indispensabile per poi dare vita a quella magnifica illusione che dà tante emozioni, belle o brutte che siano, che chiamiamo cinema.