Bestiario diplomatico
di Valerio Calzolaio

(Mangialibri, 15 marzo 2016)

1998. Dopo due anni di studio, Valerio Parmigiani, milanese «che sta cercando di smettere», vince con altri 33 un difficile concorso (cinque scritti e un orale articolato in dieci materie) per diventare funzionario del ministero degli Esteri. I neo-assunti vengono convocati a Roma il 31 dicembre. Per un anno e mezzo Parmigiani lavora all’Ufficio di coordinamento delle attività svolte all’estero da regioni italiane. Poi viene assegnato come “secondo” in due successive sedi diplomatiche: Nicosia e Lusaka, capitali di piccoli Paesi senza particolari relazioni con il nostro. La sua compagna romana A. parte e condivide con lui un’esperienza che alla fine convince Valerio ad auto-esodarsi, a dimettersi. Entrambi hanno spesso appuntato e scritto un diario circa quanto accaduto durante i due quadrienni, anche per non omologarsi. Parmigiani rielabora i propri due testi separati e autonomi e, d’accordo con l’editore, poco più di un anno fa decide di presentarli insieme in un unico corposo volume: il «ritratto nostalgi-tragico-ironico dell’inenarrabile cosmo» di due ambasciate. Contesti, personaggi, animali, situazioni, episodi veri utili a capire come mal funziona la diplomazia…
Parmigiani narra in prima, utilizza talvolta (raramente) spezzoni del diario della compagna (sposata civilmente a fine primo mandato), mette solo i nomi propri e spesso i soprannomi di colleghi e amici, si riferisce al mai amato capo-missione e ai quattro ambasciatori con cui ha avuto a che fare come Sua Eccellenza, Timoniere, Comandante Sempre Vittorioso, intercalando epiteti fra una vessazione e l’altra (c’è la consulenza di un legale). Innumerevoli le citazioni di personaggi illustri, incontrati o evocati, i primi tre sono: il Presidente della Repubblica africana (dal 2002) Mwanawasa (1948-2008), il rappresentante di Cipro Nord (comunità turco cipriota) professor Aker, Woody Allen. Il libro è colmo di spiritosaggini, ogni gesto e ogni evento considerato prototipo di insegnamenti generali e spunto di ardite metafore, con poco editing, intenso uso di virgolette e colte digressioni su tutto. Si legge bene, il genere è indefinibile se non nell’ambito dell’invettiva biografica prolungata verso assurde dinamiche burocratiche che presiedono alle vite dentro alcuni uffici pubblici. Non mancano utili descrizioni storiche e geografiche, qualche consiglio turistico (anche in vacanza).



Bestiario diplomatico

di Marco Chiesa
(Piego di libri, 21 luglio 2015)

Il libro Bestiario diplomatico, pubblicato a febbraio da Effepi Libri, è il resoconto scritto che Valerio Parmigiani ci consegna riguardo l'esperienza vissuta all’interno della diplomazia. Già, perché l’autore ha prestato servizio allo Stato Italiano con un impiego in ambasciata, prima a Cipro quindi nello stato africano dello Zambia. Una decina d'anni in tutto.
Va detto che non siamo di fronte a un testo da studiare alla facoltà di Scienze Politiche o di Sociologia, nemmeno a un libro-denuncia che svela retroscena della politica internazionale, narrando e mettendo a nudo scandali che potrebbero far gola a un reporter o a un tabloid britannico. Piuttosto è una sorta di "diario di viaggio" adatto a chiunque, quantomeno a quel lettore che è interessato ai viaggi e a scoprire usi e costumi di altri popoli. Lo stesso sottotitolo recita «Ritratto nostalgi-tragico-ironico dell’inenarrabile microcosmo di un’ambasciata. Anzi due».
Nostalgia, tragedia, ironia gli elementi miscelati dalla penna dell’autore milanese (di nascita e formazione) ora di stanza a Firenze, che danno vita a queste 500 e più pagine. E qui devo soffermarmi un attimo. Perché se è pur vero che ognuno ha il diritto di dare alle stampe ciò che crede, si deve anche tenere conto che consegnare al lettore 572 pagine da leggere è una scelta molto coraggiosa, se non si è Wilbur Smith ovviamente.
Il buon e simpatico Parmigiani, amante dei gatti e del lato comico del proprio quotidiano, qualche vicenda l’avrebbe potuta saltare, e snellire il racconto. Lo dico in buona fede: la mole in cui ci si imbatte "indispone" gran parte dei nostri connazionali. Ma nella pagina conclusiva, quella dei ringraziamenti di rito, spiega che di fronte a chi lo trovasse insostenibilmente prolisso «posso solo invocare le attenuanti dell’inesperienza e del tipico entusiasmo del neofita. Sono i miei primi libri, dopotutto».
Detto questo, si deve anche sottolineare che in certi passaggi ci si diverte proprio a leggere questo ritratto nostalgi-tragico-ironico, in quanto l'autore è di quelli capace di dipingere con sapiente uso di ironia e metafore un evento che ai più parrebbe «un disguido» come «una mezza catastrofe». Di conseguenza una serie di continui episodi tragicomici, sia a Cipro che in Zambia.
Leggere queste pagine mi ha ricordato un po' la voce di Paolo Villaggio che presentava le scene di vita del suo famoso Fantozzi. Qui ci troviamo di fronte a un diplomatico che non vive i drammi aziendali del citato ragioniere ma che comunque si trova spesso in difficoltà a causa degli eventi. Non mi sbaglio: nell'Indice dei Nomi è riportato tale Fantozzi, Rag. Ugo (compare in quattro occasioni).
Nel complesso un libro simpatico, un buon compagno da portare sotto l’ombrellone. Un racconto particolareggiato di un’esperienza che difficilmente noialtri faremo… no… non mi dirai mica che son mesi che stai pensando di trasferirti proprio a… Lusaka?!



Intervista a Valerio Parmigiani
di Chiara Marra


Spaghi d'autore (aprile 2015)

Sei un ex diplomatico che ha scelto volontariamente di lasciare la professione. Ebbene, poi ti è nata l’idea di riordinare le idee e creare questo libro autobiografico sotto forma di divertissement che per meglio dire, è una commedia brillante in cui si ride ma a ben pensare ci sarebbe anche da piangere. Come è saltata fuori l’idea di condividere con il pubblico questo salto nel passato?
In realtà è una cosa che ho fatto anche durante la mia “precedente incarnazione”, attraverso numerose e-mail in cui cercavo di fare partecipi amici e parenti delle mie vicissitudini. Nel tempo, però, mi sono accorto che la maggior parte della gente va difficilmente oltre la seconda riga, quando legge i (troppi) messaggi che riceve. Per questo motivo, oltre naturalmente che per ampliare la platea, ho deciso di collazionare e rielaborare quei testi in forma più strutturata, fino a dar vita a Bestiario diplomatico.

Definisci questo libro un’opera di demistificazione del mestiere del diplomatico, sveli i bluff di questo mestiere, citi questo lavoro come un moloch spersonalizzante. Vuole anche essere un monito a quanti sognano questa professione?
Certamente no! Il ricorso ai “severi moniti” lo lascio volentieri agli austeri ghost-writers del Quirinale. Più che a coloro che sognano questa professione (che mi guardo bene dal voler scoraggiare, ma a quali non farà comunque male essere messi in qualche modo in guardia), mi rivolgo da un lato a chi la svolge già, proponendo un punto di vista sicuramente atipico dell'universo autoreferenziale della diplomazia, sia soprattutto ai “profani”, che ne hanno quasi sempre un'immagine molto vaga e stereotipata.

È vero anche che la diplomazia tanto è cambiata con la caduta del muro di Berlino e tu appartieni alla prima generazione di diplomatici ‘post muro’, quelli del precariato se vogliamo. Ma quanto pesa questo gap dei due mondi nei rapporti tra generazioni con i tuoi colleghi più adulti?
Credo – e spero - che negli ultimi anni l'atmosfera sia cambiata rispetto a quella che mi accolse all'inizio. Ho fatto in tempo a incontrare superiori di grado molto più a proprio agio con la penna stilografica che con il computer. Sembravano presi di peso da una sessione del Congresso di Vienna, altro che muro di Berlino! Oggi però mi risulta che alcuni dei “magnifici ventidue” ambasciatori di grado abbiano meno di sessant'anni, e due di loro sono addirittura donne. Il problema, semmai, è che spesso la mentalità più “arcaica” la trovi ben radicata anche nelle generazioni più giovani...

Riepiloghiamo in breve i tuoi passaggi di carriera. Prima Cipro e poi lo Zambia, posti magari con una posizione defilata sullo scacchiere geopolitico internazionale, ma a loro modo interessanti proprio per questo. Cosa lasciano dentro la tua formazione esperienze come queste?
Cipro e Zambia, certo. Due Paesi molto interessanti, ma che per il Ministero contano zero. E considera che a tenermi a battesimo è stato addirittura il “Coordinamento Regionale”, un ufficio di cui pochissimi (giustamente, aggiungerei) conoscevano l'esistenza! Del resto un tipico mantra che accoglie i nuovi arrivati al Cubo è quello secondo cui non ci sarebbero uffici o sedi di serie “B”. In realtà ce ne sono invece di tutte le categorie, fino all'interregionale, e nel libro affronto anche lo spinoso problema dei criteri con cui si viene assegnati agli uni o agli altri. Personalmente ritengo che un'esperienza come quelle che mi sono toccate rappresenti un po' un'arma a doppio taglio: da una parte offre la possibilità di “farsi le ossa” lontano dai riflettori e senza l'assillo di particolari responsabilità; dall'altra – purtroppo - espone fatalmente al rischio concreto di ritrovarsi in balìa di capi-missione come i miei.

Quello che si nota rispetto al mainstream è che sei stato un diplomatico meno ingessato. Nel tuo libro citi Woody Allen, Repubblica, un po’ di marxismo e tante altri piccoli dettagli che allontanano il mondo classico della diplomazia da manuale infagottata tra le firme del Corriere della Sera, l’ésprit liberale e il realismo di Kissinger. Mi sembra uno spunto interessante, mosca bianca o alla fine dietro il maquillage della mistificazione si nasconde anche un ambiente più easy dal punto di vista ideologico?
All'interno della Farnesina prevale indubbiamente una mentalità conservatrice e destrorsa che stenta a cogliere la fondamentale differenza che corre tra il senso del dovere e la cieca obbedienza verso chiunque, in un dato momento, incarni l'autorità. Ciò non toglie, tuttavia, che vi siano rappresentate anche sensibilità assai lontane da quella che permea la rubrica di Sergio Romano sul Corrierone. Non sono stati pochi i colleghi con cui mi sono sentito in sintonia e che condividono i motivi di fondo da cui è maturata la mia decisione di abbandonare la nave. Il malcontento è molto più diffuso di quanto si possa immaginare, anche se poi – per i motivi più vari – in pochissimi spingono fino alle estreme conseguenze la coerenza con le proprie convinzioni. Se non erro, Ennio Flaiano sosteneva che sul Tricolore dovrebbe campeggiare la scritta: «Tengo famiglia».

Facciamo un salto indietro, quando eri fresco laureato in scienze politiche e ti sei sorbito le famigerate 40 ore di prove scritte per superare il concorso diplomatico. Cosa sognavi da questo lavoro?
Soprattutto che mi aiutasse a fare il “grande salto” verso l'età adulta, anche se indubbiamente avrei preferito che il passaggio avvenisse
in maniera più graduale. A 30 anni suonati ero ancora il classico “bamboccione” che si barcamenava tra surreali colloqui di non-assunzione e non proprio entusiasmanti lavoretti sottopagati (tra cui una mai rimpianta interpretazione del «mago Thomas» che improvvisava consulti telefonici armato di sibille e tarocchi). Da un giorno all'altro sono stato catapultato in un mondo che non avrebbe potuto essere più diverso da quello in cui ero vissuto fino ad allora: decisamente una shock therapy dalle cui conseguenze, per molti aspetti, mi devo ancora riprendere.

Protagonista importante di questo tuo resoconto è la tua compagna A. La gabbia dorata diplomatica ha un po’ limitato la sua vita, eppure ti è restata accanto. Visto che ormai le donne sono tutt’altro che le addette al focolare, come pensi si possa ovviare a questo problema che genera lo status del diplomatico? E oggi che molte donne entrano in diplomazia come si fa a lasciare un marito a casa?
Quella che ho chiamato «solitudine del coniuge a carico» è un tema talmente sensibile che gli ho dedicato un apposito capitolo del libro. Il ruolo che tradizionalmente
era riservato a gentildonne di ottima famiglia che ci si dedicavano come a una vera e propria professione, infatti, oggi viene quasi sempre ricoperto da giovani mogli e fidanzate che molto spesso sono costrette ad abbandonare un lavoro, con ciò che ne consegue in termini di senso di identità e aspettative di carriera. Quando è un uomo a decidere di seguire all'estero la compagna, poi, la situazione rischia di complicarsi ancor di più, vuoi per la tipica inettitudine maschile a condurre una vita non scandita dai ritmi malsani di un lavoro formale, vuoi per il sovrapprezzo di sofferenza legata all'orgoglio ferito dal senso di subordinazione a un membro dell'altro sesso. Sarà un caso, allora, se il tasso di separazioni sembra essere così alto tra i dipendenti del Ministero?

Tanta burocrazia kafkiana e un po’ pedante, banchetti e annessi folklori fantozziani… ma cosa resta delle abilità del conoscitore di relazioni internazionali, teorie macroeconomiche, balance of power e tutto il resto?
Non so se sia ancora così, ma all'epoca il concorso per accedere alla carriera era articolato su quello che ho definito “un decathlon”: non solo le cinque prove scritte (per un totale di 40 ore) che hai ricordato prima, ma anche un orale in cui si aggiungevano altre cinque materie. Peccato solo che, ci si creda o meno, tutta questa mostruosa preparazione teorica, acquisita a prezzo di uno o più anni di studio a tempo pieno inquadrato in un apposito corso presso istituzioni specializzate come la LUISS, l'ISPI o similari, non ha praticamente alcuna attinenza con le mansioni che un diplomatico è chiamato a svolgere una volta assunto. Quali esse siano è naturalmente raccontato in maniera molto dettagliata nel Bestiario.

Nell’ambiente diplomatico, qualche tuo collega avrà sicuramente letto il tuo libro. Qual è stato il raffronto?
Devo ammettere che inizialmente ero piuttosto preoccupato della possibile reazione di un mondo da cui, dopotutto, mi aspetto di essere considerato un “apostata”. Un paio di persone, in effetti, hanno ritenuto di mettermi a parte della propria preventiva «perplessità» nei confronti di «quella che sembra essere la tesi di fondo» di un libro di cui avevano letto solo la presentazione sul mio blog e che verosimilmente non leggeranno mai. Pur nella quasi certezza che sia questo il sentimento più diffuso, tuttavia, mi ha molto rinfrancato l'aver ricevuto anche più di un messaggio benevolo e affettuoso da altri che sono saputi andare oltre la generica cordialità di circostanza che nell'ambiente si tende a dispensare, per pura convenienza, in maniera ecumenica e incondizionata. Un'ex collega che vanta una non indifferente anzianità di servizio, in particolare, non solo mi ha riempito di complimenti, ma si è divertita a rincarare la dose sull'inossidabile vacuità di quella versione sguaiata della Mussolini che mi toccò in sorte come ambasciatrice a Cipro. Sembra poco, ma son cose che fanno sentire meno soli.

Diplomazia e precarietà: quanti giovani sognano ancora di intraprendere una carriera del genere. Tu l’hai vissuta e l’hai allontanata. Provare per credere. È una parentesi di vita professionale che, per qualche aspetto, consiglieresti o indirizzeresti gli interessati ad altri lidi? Indubbiamente sei rimasto ferito dal fatto che anche il lavoro pubblico non offra tutele alla persona…
Al di là della severità della selezione (quando feci il concorso fummo assunti in 34 su circa 1.200 iscritti), resto convinto che la carriera diplomatica rappresenti una delle opzioni più appetibili offerte dall'attuale – e francamente sconfortante - mercato del lavoro. Vorrei che fosse chiaro che non rimpiango di averla abbracciata: sarebbe insensato negare che gli anni che vi ho trascorso mi hanno dato moltissimo sotto tutti gli aspetti, e comunque - come suol dirsi - è stato sempre meglio che lavorare. È pur vero tuttavia, come dici tu, che essa non mi ha offerto alcune delle tutele dei diritti che ci si aspetterebbe da un impiego pubblico. Per molti versi ho subito ciò che senza mezzi termini definirei mobbing, e grazie alla riluttanza (per usare un eufemismo) con cui il mio penultimo capomissione me le concedeva (per lui erano una concessione dall'alto), alla fine avevo accumulato più o meno tre mesi di ferie arretrate che, se non mi fossi licenziato, avrei perso.

Rottamazione di un diplomatico: nel finale del libro, vivi in maniera catartica e appagante la fine della tua era diplomatica ritrovando bisogni, affetti e normalità dimenticata. Citi Serge Latouche e indirettamente la sua «decrescita felice». Come ti sei reinventato la vita dopo la diplomazia? Sei ancora in contatto con questo ambiente e come il curriculum di un diplomatico può riconvertirsi in un nuovo lavoro? Quali piste stai seguendo? Nonostante tutto si vede ancora il tuo entusiasmo di fare…
Sì, nelle intenzioni l'ultimo capitolo, quello dedicato alla mia “uscita di scena”, contiene g
li spunti di riflessione più stimolanti che intendo offrire nel libro. Lì, anche attraverso il concetto di “scollocamento”, ho provato a spiegare come la mia scelta sia stata determinata da fattori che vanno ben al di là dell'indubbia estenuazione prodotta da un decennio trascorso al Nido del Cuculo (con alcuni esponenti del quale, i più sintonizzati sulla mia lunghezza d'onda, sono ancora in contatto). Durante la fase di preparazione al grande passo, infatti, non mi sono posto l'obiettivo di riciclarmi in una diversa situazione lavorativa, che verosimilmente – mutatis mutandis - avrebbe riproposto le medesime magagne, quanto piuttosto di creare le condizioni materiali necessarie a consentirmi un cambiamento molto più radicale per dedicare finalmente tutte le mie migliori energie a un'attività confacente alla mia indole e alle mie aspirazioni. Ora, a qualche anno di distanza, posso garantirti che c'è vita non solo al di fuori del ministero degli Esteri, ma anche del lavoro come comunemente inteso. Per farla breve, mi sono messo a scrivere a tempo pieno, come ho sempre sognato. Non saprei se si possa definire un nuovo lavoro, visto che non è non retribuito, ma di certo mi fa sentire una persona libera e padrona del suo tempo. Più che di “rottamazione di un diplomatico”, insomma, parlerei di rinascita di una persona. Un'impresa che – è questo il messaggio che vorrei dare – può essere alla portata di tutti. O per lo meno di tutti coloro che siano disposti a guardare alla propria situazione con un minimo di onestà intellettuale anziché nascondersi dietro un dito, come ahimè vedo fare spesso.




Bestiario diplomatico
di Chiara Marra

Spaghi d'autore (aprile 2015)

«I diplomatici sono una strana tribù di saltimbanchi che girano eternamente spostando i loro circhi e i loro giochi di nuovi scenari, di capitale in capitale». Così scriveva ormai cento anni fa il diplomatico piemontese Enrico Guastone Belcredi che con il suo libro La Carriera ha fornito la risposta politically correct degli esperti a chi chiede di saperne di più su come comincia una carriera da funzionario diplomatico. Un mondo che vive in un immaginario collettivo un po’ ottocentesco e preglobalizzazione fatto di agevolazioni, whisky detassato e grandi discorsi, ma è davvero così? Lo è ancora?

Ecco la chiave di volta di Bestiario diplomatico, un resoconto autobiografico e brillante (e soprattutto dei nostri giorni) su tutto quello che avreste voluto sapere sulla vita del diplomatico ma non avete mai osato chiedere: «Poche professioni sono circondate da un’aura fuorviante quanto quella del diplomatico, spesso intento – nell’immaginario collettivo – a tessere misteriose trame mentre si muove a tempo di valzer in uno scenario della principessa Sissi». Questo è quanto scrive Valerio Parmigiani, funzionario diplomatico prima a Cipro e poi in Zambia che ha deciso di abbandonare la carriera auto esodandosi dal Ministero degli Esteri, il famigerato “Cubo” dove ha sede la Farnesina. «Sono perfettamente conscio» – scrive l'autore nelle conclusioni - «che questa mia “opera di dimistificazione” possa in qualche modo spiazzare chi non si sarebbe mai figurato il ministero come un moloch spersonalizzante, retto soprattutto da regole non scritte e sottoposto alla “dittatura del precedente” (il principio secondo cui “si fa così perché si è sempre fatto così”) o come un microcosmo autoreferenziale di persone in molti casi assai arroganti, presuntuose e inclini a un linguaggio da caserma impegnate in un’attività dal respiro cortissimo e improntata a un approccio artigianale che le fa sentire specie di Fregoli costretti a occuparsi di tutto senza essere esperti di niente».

Lettura curiosa, l’autore la definisce un divertissement, di certo si tratta di una scrittura tragicomica svezzata alla maniera di Woody Allen (più volte citato nella sua salsa da commedia primordiale, Zelig, Il Dormiglione), per un autore che non è il classico burocrate ingessato nell’ésprit del Corriere della Sera e degli ambienti liberali: oltre al già citato Woody, tra uno scenario immaginario e l’altro non mancano i riferimenti a Repubblica per non dire a Marx e al moloch spersonalizzante della burocrazia che accompagna la missione di un diplomatico, uno degli ambienti fra i più fraintesi dell’immaginario collettivo, che in questo libro si barcamena con la fenomenologia dei cocktail party e altre meraviglie e la solitudine del coniuge a carico.

Se L’Appartamento spagnolo è il film manifesto della prima generazione Erasmus che in una brulicante Barcellona vive lo spirito multietnico di un programma di tanta gioia e poco studio, Valerio Parmigiani ci conduce nell'ambasciata italiana a Cipro e Zambia. Non manca qualche ritratto geopolitico, ma è soprattutto la vita in prima persona in chiave ironica e rocambolesca a fare da padrona a questo libro.

Potete leggere le sue gustose e scorrevoli 575 pagine come un viatico leggero o sorridente oppure scendere un po’ più in profondità e analizzare il tutto sul piano delle risorse umane, su quello che significa appartenere alla classe 1967, ovvero alla prima generazione dei giovani precari, quella che lavoricchia nei primi anni Novanta, dove, in fatto di diplomazia, il lavoro dopo la caduta del muro e i vari accomodamenti della politica internazionale, rendono il tutto meno ovattato. Meno lustrini ma molte gatte da pelare in fatto di cavilli burocratici di kafkiana memoria e ambiente di lavoro curiosi con i contorni di un lavoro all’estero: dagli ambienti multiculturali, ai connazionali sparuti dalle strane richieste in ambasciata, dalla solitudine dei partner amorosi dei funzionari che non possono svolgere una professione, ai party e alle proiezioni cinematografiche.

Un libro non convenzionale fin dalla sua prefazione, curata da Lia Celi (che la dice già lunga come biglietto da visita). Un libro che mancava, un resoconto “papale papale” della vita quotidiana di un funzionario diplomatico… che potreste essere voi, se sognate di intraprendere questo tipo di carriera, che, malgrado sia oliata dal ministero degli Esteri dopo una selezione strettissima con cinque prove scritte e un orale su altre cinque materie ha i suoi alti e bassi sul piano delle garanzie del suo personale. Ed eccovi servito in salsa alleniana un diario di viaggio sulle risorse umane della vita in ambasciata con tanto di inserto fotografico a colori. Valerio Parmigiani sarà un fido e piacevole compagno di viaggi e avventure… La curiosità del libro è: se ha lasciato alle spalle questa carriera, come ha reinventato se stesso? Come si rigenera un diplomatico?




INTERVISTA A VALERIO PARMIGIANI
di Luca Balduzzi
(Imola Oggi - 30 Marzo 2015)

Quale universo si può nascondere dietro ai cancelli di ingresso di un’ambasciata?
Un vero e proprio universo parallelo, a cui - come scrivo nell’incipit di un capitolo - non c’è modo di arrivare preparati. Nemmeno per gli addetti ai lavori: figuriamoci per i “profani”. La metafora più esplicativa resta per me quella ben nota della “rana nella pentola”. Se fosse immersa nell’acqua bollente, la poveretta balzerebbe subito fuori terrorizzata. Basta però fare in modo che, all’inizio, l’acqua sia tiepida perché si metta a nuotare tranquillamente, e quando la temperatura salirà non avrà più la forza di reagire. Lo stesso credo che accada in po’ in tutti gli ambienti che ci appaiono similmente permeati di autoreferenziale burocratismo: i loro abitanti vi si sono adattati poco alla volta, in forza di una specie di istinto di sopravvivenza, tanto che ad un certo punto non sono più in grado di rendersi conto del carattere grottesco di molte situazioni. Non è con loro che me la prendo, ma con chi -per le proprie finalità di bassa cucina- ha creato i presupposti perché ciò avvenisse.

Uno (o uno per Paese) episodio che li potrebbe sintetizzare tutti…
Naturalmente è difficilissimo fare una selezione. Dovendo proprio scegliere, citerei la sfilata di moda (inconsapevolmente) organizzata in puro stile felliniano presso la residenza del mio ambasciatore a Cipro e “lo strano caso del porno-geologo valtellinese” in trasferta in terra zambiana. Non voglio anticiparne i dettagli, ma in entrambi i casi, come in numerosissimi altri narrati nel libro, ho avuto la netta sensazione di trovarmi in una specie di gigantesca “candid camera” di cui gli ideatori avevano perso il controllo. O in una cattiva - perché troppo inverosimile - sceneggiatura di un film senza troppe pretese, di quelli che negli anni ’70 si giravano a Cinecittà con due lire, lasciando molto spazio all’improvvisazione dei protagonisti.

È difficile essere creduti quando si racconta tutto questo alla famiglia e agli amici? Che magari ti invidiano anche, perché fai un lavoro per cui si viaggia molto…
No, non è difficile. È proprio impossibile. Nell’immaginario collettivo i diplomatici non solo sono sempre intenti a tessere misteriose trame mentre si muovono a tempo di valzer in uno scenario da film della Principessa Sissi, ma sono anche dei membri della casta che beneficiano di un sacco di privilegi ingiustificati. Sapevo che non avrei potuto convincere amici e parenti di quello che si nascondeva dietro la facciata senza scriverci un libro, anzi due. Ed è proprio quello che fatto.

Potrebbe succedere così dappertutto, o sei tu ad essere stato particolarmente (s)fortunato a ritrovarti in quei due paesi?
Il Ministero è una grande portineria, dove tutti sanno tutto di tutti. Confrontandomi con i colleghi è stato dunque facile ricavare l’impressione di quanto le situazioni che stavo vivendo fossero generalizzate. Ciò non scalfisce, tuttavia, la mia convinzione di conservare un debito con la sorte nella lotteria a cui mi sono stati assegnati i capi-missione. Ne ho avuti quattro, e ripensandoci a posteriori il “meno peggio” è stato l’ultimo. Ma mi basta ripensare alle sue urla che echeggiavano nei corridoi, o alla serata nazional-popolare in cui ci ha coinvolti in un karaoke collettivo al ritmo della pianola Bontempi suonata dal cancelliere contabile, per avere -se mai ce ne fosse bisogno- la conferma di quanto la mia decisione di abbandonare la nave sia stata una scelta quasi obbligata.

Quando hai cominciato a pensare di volerti “autoesodare” dal mondo della diplomazia?
Non potrei identificare un momento o un periodo particolare in cui sia subentrata la disillusione necessaria a compiere il grande passo, se è questo che intendi. Che cosa mi aspettasse, del resto, fu inequivocabilmente chiaro fin dalla data della prima convocazione a Roma per firmare i verbali di assunzione: il 31 dicembre, un giovedì a cui sarebbero seguiti tre giorni festivi. Poco dopo mezzogiorno avevano già rilasciato gli ostaggi, ma a quell’epoca l’alta velocità non esisteva ancora e riuscii a tornare a Milano appena in tempo per evitare di essere travolto dalla tradizionale guerriglia di Capodanno. Alle ragioni che mi hanno condotto a tale scelta, comunque, è dedicato l’ultimo capitolo. Esse trovano un fondamento teorico soprattutto nella teoria della decrescita e nel concetto di «scollocamento», andando dunque ben oltre quell’incompatibilità con l’ambiente che, pur essendosi progressivamente chiarita ed evidenziata nel corso degli anni, per quanto mi riguarda non costituisce il movente più interessante del “gran rifiuto”. Dietro al quale non intravedo alcuna viltade, quanto invece la sfida più ardua che riesca a immaginare riguardo al rapporto con il lavoro. Al di là delle numerose amenità che ho raccontato intorno al mondo della diplomazia, credo che sia proprio questo lo spunto di riflessione più stimolante che intendo offrire nel libro.