L'autore, giornalista della Bbc, raccoglie le sue impressioni su Berlusconi a partire dalla vittoria elettorale del 2001. Alla ricostruzione degli eventi imprime un taglio sociologico, grazie anche alla documentazione sulla quale basa l'inchiesta. Oltre alla politica esamina altri aspetti della vita italiana, compreso il volontariato. (C. Augias, Il Venerdì di Repubblica, 19/01/2007)

 

Viaggio nel Belpaese

Un tour dello stivale alla ricerca di uno spaccato della nostra società. Geoff Andrews incontra intellettuali, giornalisti, politici e rappresentanti della società civile. Un’analisi originale dal populismo postmoderno di Silvio Berlusconi a Bossi giungendo alla rinascita civile della Sicilia e al boom di Slow Food. Lo sguardo di un cronista inglese tra le contraddizioni dell’Italia di oggi. (F. La Porta, Left, 19/01/2007)


Alla ricerca del fatto perduto

di Federico Orlando

(www.articolo21.info – 16/01/2007)

Paul Valery diceva: «La politica è l’arte di evitare che la gente si interessi di ciò che la riguarda». E l’Italia degli ultimi vent’anni (craxismo, tangentopoli, bipolarismo, berlusconismo), è riuscita splendidamente (per sé) a realizzare quell’arte: per esempio, facendo in modo che giornali, tv, dibattito politico non s’occupassero più dei fatti, cioè delle notizie, metti le condanne definitive a Craxi o il rapimento dell’imam di via Jenner a Milano, ma dell’esilio (se mazziniano o garibaldino) dell’ex leader socialista, delle pacche sulle spalle fra Bush e Berlusconi, prevalenti sulle relazioni occulte fra Cia e Sismi e sui problemi della sovranità e della indipendenza nazionali.

Nei paesi di democrazia liberale ciò non accade. Ma in paesi come l’Italia, dove il liberalismo è stato una cometa di passaggio, la scomparsa dei fatti è l’inevitabile conseguenza di un giornalismo che si autoconcepisce come mestiere per la carriera, non come funzione civica. Abolendo la notizia per non disturbare le opinioni, si compie la più atroce delle ingiustizie verso la democrazia liberale («La notizia è sacra, il commento è libero»), ma si realizza il più grande di favori per i potenti: che così potranno meglio prevaricare sui sudditi.

Se ne parla in libri usciti in questi giorni, sui quali mi sembra già caduta la cortina del silenzio: uno è del “solito” Marco Travaglio, intitolato appunto La scomparsa dei fatti (ed. Il Saggiatore, euro 15); l’altro, più generale nell’analisi ma meno puntuale nella ricostruzione storica, è del saggista e giornalista inglese Geoff Andrews, che ha commentato per la Bbc e per Sky tv le elezioni del 9-10 aprile 2006 e che si presenta con un titolo raggelante, Un Paese anormale (ed. Effepi Libri, euro 14).

Siamo un paese anormale, questo è il fatto, secondo l’osservatore di un paese normale, la Gran Bretagna: e incaponirsi – come fanno i nostri vertici istituzionali e i nostri portavoce politici – a dire che dobbiamo e vogliamo essere “normali” senza mai richiamare i fatti e le storie a causa dei quali siamo e vogliamo restare “anormali”, significa costruire con le opinioni una realtà virtuale: sulla quale si svolge la competizione che assicurerà, a vincitori e vinti, il loro bravo posto al sole nel potere. Un potere, questo sì, reale e non virtuale.

Ecco il gioco. Il futuro dell’Italia è incerto, scrive Andrews, perché non è stato un paese normale prima di Berlusconi (con una democrazia bloccata, o “bipartitismo imperfetto”), lo è stato ancor meno sotto il suo governo, ma sarà difficile che lo diventi nei prossimi anni: il “populista postmoderno” di Arcore ignora le regole liberali e basa la sua politica sulla paura e sulla diffamazione del “nemico” (sono comunisti, fanno bollire i bambini, poi ci concimano i campi); a loro volta i democratici del centrosinistra, che a differenza dei populisti conoscono la politica mediata e partecipata e non calata dal podio, non sanno sostenerla con i fatti. Preferiscono anch’essi le opinioni, cioè parole che non toccano chi dai fatti dovrebbe difendersi. Così il “bufalificio” dell’informazione italiana, come il Ministero della Verità nell’orwelliano 1984, ha per suo slogan: «La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza». Quante carriere giornalistiche e accademiche si sono fatte e si fanno rispettando questo slogan.

Ecco perché resteremo un paese anormale, perché nonostante i messaggi di Ciampi al parlamento e di Napolitano al paese, a nessuno interessa una informazione che sia “cane da guardia” del cittadino nei confronti del potere. Al potere, invece, interessa, come riassume Travaglio, il comandamento: «Niente fatti, solo opinioni. I primi non debbono disturbare le seconde. Senza fatti, si può sostenere tutto e il contrario di tutto. Con i fatti, no».