Soltanto alla legge, Moroni e l'indipendenza della magistratura

di Marco Scipolo

da www.comincialitalia.net (12 maggio 2007)

Francesco Moroni, classe 1978, è un giovane di Foligno, laureato in giurisprudenza, che ha scritto il libro Soltanto alla legge sull’indipendenza della magistratura dalla fine della guerra a oggi (Effepi Libri). Il volume, che nel titolo fa preciso riferimento a un articolo della Costituzione («I giudici sono soggetti soltanto alla legge»), vanta la prefazione dello storico Nicola Tranfaglia e tratta un argomento d’attualità, considerate le riforme dell’ordinamento giudiziario in atto soprattutto in questi ultimi anni e che costituiscono terreno di scontro politico. […] Comincialitalia ha intervistato Francesco Moroni che ci ha illustrato il suo saggio. Fortemente contrario alla riforma Castelli, che definisce come il frutto legislativo più avvelenato, egli è critico anche su alcuni aspetti del ddl di riforma del ministro Mastella. E ricorda, inoltre, che il prossimo 31 luglio scadrà la sospensione del decreto attuativo della legge Castelli sulla separazione delle carriere in magistratura...

 

Dottor Moroni, quali sono le motivazioni principali che l’hanno condotta a scrivere Soltanto alla legge?

La “controriforma” Castelli, approvata dal centrodestra nella scorsa legislatura, è destinata a interrompere il lungo e faticoso cammino percorso negli ultimi cinquant’anni per dare piena attuazione ai princìpi costituzionali di autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario. Per comprenderne le probabili ripercussioni negative sugli equilibri istituzionali e le garanzie dei cittadini ho ritenuto opportuno fare tesoro della lezione del passato, analizzando le radici storiche dell’indipendenza della magistratura, la sua evoluzione anche culturale, i mutamenti ordinamentali dal dopoguerra a oggi e, soprattutto, le disastrose conseguenze già prodotte da vecchie soluzioni normative che qualcuno vorrebbe riproporre oggi, dando il colpo di grazia a una macchina giudiziaria già abbondantemente disastrata.

 

La riforma Castelli cosa ha rappresentato per la giustizia italiana?

La legge Castelli è il più avvelenato dei frutti legislativi generati dalle preordinate aggressioni che una parte consistente del ceto politico ha mosso nei confronti della magistratura. Il suo disegno controriformatore, ben lungi dall’introdurre misure di efficienza tese ad abbreviare i biblici tempi processuali, è palesemente volto a limitare l’autonomia del potere giudiziario attraverso una surrettizia separazione delle carriere, lo svilimento delle competenze del CSM, il rilancio di una carriera selettiva che imbriglierebbe i giudici in un’intricatissima rete di concorsi interni e la gerarchizzazione delle Procure della Repubblica.

 

Qual è l’aspetto più clamoroso contenuto nel suo libro?

Nulla di clamoroso, semmai l’ambizione di offrire una ricostruzione rigorosa e attendibile del lungo, accidentato e non sempre coerente percorso evolutivo compiuto dopo il 1945 per adeguare fino in fondo l’ordinamento giudiziario ai princìpi costituzionali e per radicare nella magistratura un nuovo habitus culturale finalmente alieno dalla tradizionale sudditanza nei confronti dell’establishment politico ed economico. Vorrei solo riportare un po’ di logica e di memoria storica nel dibattito sui rapporti fra politica e magistratura, un dibattito ormai intossicato da troppi calunniosi stereotipi che una stordente propaganda politico-televisiva ha lasciato sedimentare nell’opinione pubblica. Con effetti devastanti per la fiducia dei cittadini in un’istituzione giudiziaria costantemente criminalizzata a fronte di una complessiva riabilitazione dei corrotti, in quello che Giancarlo Caselli chiama «il tempo delle verità rovesciate».

Come valuta il ddl di riforma dell’ordinamento giudiziario dell’attuale ministro della giustizia Mastella?

Più ombre che luci. Il ddl varato dal nuovo Guardasigilli prevede l’abbandono dell’ingestibile meccanismo dei concorsi architettato da Castelli in favore di un più serio sistema di valutazione della professionalità dei magistrati e riporta finalmente a trenta il numero dei componenti del CSM. Nulla però è stato ancora fatto né per eliminare l’inaccettabile obbligatorietà dell’azione disciplinare, né per ricondurre nell’alveo della legittimità costituzionale la regolamentazione dell’istituenda Scuola della magistratura, impropriamente dotata di forti poteri di condizionamento della carriera giudiziaria a scapito delle prerogative del CSM. Inoltre, resta la forte gerarchizzazione degli uffici requirenti, con il Procuratore della Repubblica titolare esclusivo dell’azione penale e attributario di ampi margini di discrezionalità nell’assegnazione e revoca delle indagini ai suoi sostituti. Infine, si avvicina la data del 31 luglio 2007, quando scadrà la sospensione dell’ultimo decreto attuativo della legge Castelli, quello relativo alla separazione delle carriere. Gli altri decreti sono già entrati in vigore con meri ritocchi cosmetici sulla base di un accordo bipartisan e la controriforma Castelli rischia di divenire pienamente operativa se l’attuale maggioranza non avrà la forza, la coerenza e l’onestà di iniziare a marcare una precisa discontinuità rispetto alla politica giudiziaria degli ultimi anni.

Un libro sulla magistratura

di M.C.

(Corriere dell’Umbria, 10/04/2007)

Gualdo TadinoSoltanto alla legge. È questo il titolo del libro del giovane folignate Francesco Moroni, dedicato alla storia dell’indipendenza della magistratura italiana dal 1945 ad oggi e presentato alla mediateca del Museo dell’Emigrazione di Gualdo Tadino. L’iniziativa è stata organizzata dall’UniGualdo e dall’Istituto di istruzione Raffaele Casimiri, nell’ambito della serie di meeting denominati «incontro con l’autore».

Alla presentazione, oltre alla preside dell’Istituto Casimiri Tullia Maggini e alla presidente dell’UniGualdo Fiorella Angeli, erano presenti, tra gli altri, il sindaco Angelo Scassellati e l’assessore allo sviluppo economico Gilberto Garofoli. Un improvviso impegno lavorativo ha invece reso impossibile la prevista partecipazione del sostituto procuratore della Repubblica di Perugia Sergio Sottani.

Nel corso della presentazione l’autore ha illustrato i temi principali trattati nel libro, toccando questioni più che mai attuali e ripercorrendo, attraverso le vicende di personaggi che hanno contribuito a plasmare la storia del nostro paese, alcuni momenti tra i più delicati dell’Italia repubblicana.

Moroni ha infatti citato l’opera di magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, spiegando come gli splendidi risultati ottenuti nei processi antimafia siano principalmente dovuti più all’abilità e al coraggio dei singoli che al supporto concreto dello Stato in termini di leggi, mezzi e tutele.

Si è parlato poi di come, in passato, spesso la magistratura sia stata per certi versi succube di un certo tipo di potere politico, situazione favorita anche dalle modalità di avanzamento di carriera che favorivano più il conformismo rispetto all’effettiva professionalità. Moroni ha quindi avuto modo di parlare della riforma Castelli del 2003, spiegando che tale modifica al sistema non risolve quelli che sono i principali problemi della giustizia oggi, in primis l’estrema lentezza dei processi, che spesso porta alla prescrizione del reato e quindi alla chiusura del processo senza che giustizia sia stata fatta. L’autore ha parlato poi del tema della separazione delle carriere e ha concluso spiegando che, per favorire l’operato della giustizia in Italia, è oggi più che mai necessario recuperare la cultura della legalità; senza di essa, infatti, ogni disquisizione sull’imparzialità dei giudici o sull’imperfetto funzionamento del sistema giudiziario italiano rischia di perdere di significato. Tra i presenti anche studenti e gente comune, a testimonianza del fatto che l’interesse nei confronti di temi come il rapporto tra potere giudiziario e potere politico è più che mai vivo.

Soltanto alla legge

di Michele Turazza

(da www.antimafiaduemila.com 31/08/2006)

Soltanto alla legge: è questo il titolo del libro – pubblicato da Effepi Libri – che il giovane studioso di Foligno, Francesco Moroni, ha dedicato all’indipendenza della magistratura. Non una semplice storia del potere giudiziario, dunque, ma una ben più ampia, ragionata e rigorosa analisi storico-evolutiva dei suoi fondamenti: l’indipendenza del giudice (sia come singolo magistrato, che come ufficio) e la sua soggezione «soltanto alla legge», così come prevede l’articolo 101 della nostra Costituzione repubblicana. Il volume - che si presenta in una forma grafica accattivante la quale ne agevola la lettura - nasce dal forte interesse che l’Autore nutre per i rapporti tra politica e magistratura, e costituisce la rielaborazione della sua tesi di laurea. Una lettura necessaria - soprattutto in questo periodo di deleterie controriforme dell’Ordinamento giudiziario - che, come ricorda Moroni nell’introduzione, aiuta a «fare un passo indietro per analizzare le radici storiche dell’indipendenza della magistratura e la sua evoluzione anche culturale, facendo tesoro della lezione del passato per valutare con cognizione di causa la compatibilità, la coerenza sistemica e la congruità tecnica delle disposizioni contenute nel recente progetto di riforma dell’ordinamento giudiziario», purtroppo solamente “congelata” per pochi mesi dal Governo Prodi, e non invece abrogata, come sarebbe stato auspicabile. «Una riforma» - commenta il prof. Nicola Tranfaglia nella sua prefazione - «attenta a non affrontare nessuno dei gravi problemi di efficienza e funzionalità della giustizia dal punto di vista dei cittadini-utenti ma, nello stesso tempo, tesa, con norme che riguardano sia la struttura e i poteri del Consiglio Superiore della Magistratura sia la carriera dei magistrati, a ripristinare, contro l’ispirazione e la lettera della Costituzione vigente, la situazione che di fatto e poi anche di diritto esisteva nel periodo liberale e in quello fascista». Buona parte del libro è dedicata alla difficile attuazione dei precetti costituzionali in materia di ordine giudiziario - che costituiscono un netto punto di rottura rispetto al periodo precedente – e al ruolo dei magistrati, singoli e associati, in questo processo di «disgelo costituzionale». Non manca un’analisi degli anni ottanta e novanta, che «registrano – sottolinea Moroni - un incremento esponenziale delle aggressioni ingiuriose ai magistrati, nel quadro di una strategia massmediatica di difesa extraprocessuale di imputati “eccellenti” e, più in generale, di un preoccupante degrado del costume politico che affonda le sue radici in uno spaventoso deficit di cultura istituzionale, non facilmente colmabile, almeno nel breve periodo». Il pensiero non può non andare a giudici esposti in prima linea nella lotta contro le mafie, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, tanto odiati e osteggiati nel loro lavoro mentre erano in vita, quanto “santificati” e commemorati subito dopo la loro tragica morte. Ma anche a giudici come Giancarlo Caselli, a cui è stato addirittura impedito di partecipare al concorso di Procuratore Nazionale Antimafia con apposite norme contra personam, e Armando Spataro, duramente attaccato per le sue recenti e delicate indagini su vicende legate al terrorismo internazionale. Completano il volume di Moroni un ricco apparato di note e una bibliografia con indicazioni per approfondire il tema trattato.

È stato presentato Soltanto alla legge

Così la racconta Francesco Moroni

di Stefano Andriola

Foligno – Venerdì pomeriggio (10/03/2006), presso la libreria Carnevali di via Pignattara, si è tenuta la presentazione del volume Soltanto alla legge. L'indipendenza della magistratura dal 1945 a oggi, di Francesco Moroni, giovane studioso folignate. Il libro nasce dalle fondamenta della tesi di laurea dello stesso autore, integrata successivamente fino alla nascita vera e propria del progetto, maturato negli anni attraverso la lettura delle cronache giudiziarie. A testimonianza del successo del testo della Effepi Libri, la presenza del sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Perugia, Sergio Sottani, entusiasta di poter introdurre ai numerosi presenti il lavoro capillare di Moroni: «Finalmente una boccata d'aria dalle scorie della polemica tra politica e magistratura di questi ultimi dieci anni, un libro che usa la memoria, non la fantasia, analizzando l'autonomia della categoria da un punto di vista prettamente storico». L'autore spiega come nasce il titolo: «Soltanto alla legge, è la risposta che il re Giacomo I, nel 1608, si sentì ribattere dal giudice che lo aveva portato in giudizio allorché il monarca aveva dichiarato che avrebbe dovuto rispondere soltanto a Dio delle proprie azioni». «Obiettivo del mio lavoro – prosegue l'autore – è quello di dare concretezza al principio dell'indipendenza della magistratura per chi non conosce appieno i meccanismi che la regolano. Manifestando il proprio pensiero, un giudice non necessariamente si politicizza, purtroppo però questo è oggi un luogo comune, ecco perché è più facile vedere in televisione una soubrette che parla di leggi sulla giustizia rispetto a un magistrato». Particolarmente delicato, secondo Moroni, il tema della recente riforma della giustizia: «Questa riforma non introduce alcuna misura di efficienza tesa ad abbreviare i tempi processuali, il mio volume cerca di voltarsi indietro e di fare tesoro della lezione del passato, che evidenzia l'incostituzionalità di un progetto volto a restaurare l'ancien régime giudiziario con la riproposizione di norme di cui la storia ha già ampiamente dimostrato linutilità e la pericolosità per gli equilibri istituzionali del nostro Paese». (Corriere dell'Umbria, 12 marzo 2006)

Riforma dei giudici. Intervista a Francesco Moroni

di Piero Ricca 

(da www.centomovimenti.com)

«La riforma dell'ordinamento giudiziario si preoccupa solo di imprimere alle toghe lo stigma del conformismo e della burocratizzazione del proprio ruolo, sterilizzandone l'indipendenza in modo da prevenire eventuali azioni di "disturbo" nei confronti dell'establishment». Lo dice Francesco Moroni, giovane studioso che ha dedicato un saggio (Soltanto alla legge, Effepi Libri) all'indipendenza della magistratura dal 1945 ad oggi. Con lui riepiloghiamo le principali modifiche apportate dalla riforma allo status dei magistrati.


Dottor Moroni, anzitutto come nasce questo libro?

Il libro recupera con lievi modifiche l’abbondante materiale impiegato per la stesura della mia tesi di laurea, che nasce dal tentativo di dare spessore giuridico al forte interesse per i rapporti tra politica e magistratura che ho maturato negli anni attraverso la lettura delle cronache giudiziarie. Alla vigilia dell’approvazione di una riforma destinata a scardinare il mirabile impianto garantista delineato dai Padri Costituenti per l’ordine giudiziario, mi è parso quanto mai opportuno offrire una ricostruzione rigorosa del lungo e spesso accidentato cammino percorso negli ultimi cinquant’anni per adeguare fino in fondo l’ordinamento giudiziario e la cultura professionale dei magistrati ai princìpi costituzionali. Infatti, per valutare con cognizione di causa le probabili ripercussioni negative della recente "controriforma", destinata a spezzare bruscamente quel cammino, occorre voltarsi indietro e fare tesoro della lezione del passato, che evidenzia l’incostituzionalità di un progetto volto a restaurare l’ancien régime giudiziario con la riproposizione di soluzioni normative di cui la storia ha già ampiamente dimostrato l’inutilità e la pericolosità per gli equilibri istituzionali e le garanzie dei cittadini.


Quali di queste "soluzioni" ritiene più gravi?

Questa riforma, che non introduce alcuna misura di efficienza tesa ad abbreviare i tempi processuali, si preoccupa solo di imprimere alle future toghe lo stigma del conformismo e della burocratizzazione del proprio ruolo, sterilizzandone l'indipendenza in modo da prevenire eventuali azioni di "disturbo" nei confronti dell'establishment. L'organizzazione plasma i comportamenti e condiziona l’esercizio delle funzioni. Per questo si è deciso di rispolverare vecchie ricette, come la riproposizione di una "piramide giudiziaria" egemonizzata dalla Cassazione, che dominerà la selezione dei magistrati; il rilancio di una carriera selettiva che avvilupperà i giudici in un'intricatissima rete di concorsi interni; lo svilimento delle competenze del CSM, con conseguente indebolimento del suo ruolo di garante dell'indipendenza del "terzo potere"; l’introduzione di una surrettizia separazione delle carriere tra giudici e pm; la ristrutturazione verticistica e gerarchica delle Procure della Repubblica, con buona pace di quell'azione penale diffusa che ha consentito alla magistratura requirente un esercizio egualitario del controllo di legalità.


Perché Ciampi, in prima battuta, ha rinviato alle Camere la legge?

Nel suo messaggio alle Camere, Ciampi aveva rilevato quattro profili di palese incostituzionalità della riforma: 1) il potere del Ministro della Giustizia di comunicare annualmente alle Camere i criteri di priorità da seguire nell'esercizio dell'azione penale; 2) l'istituzione di un ufficio di monitoraggio sugli esiti dei procedimenti; 3) la facoltà di impugnazione concessa al Guardasigilli contro le delibere del CSM riguardanti il conferimento degli uffici direttivi; 4) il sensibile ridimensionamento dei poteri del CSM nell’assegnazione, nel trasferimento e nelle promozioni dei magistrati.


Come sono stati accolti dal Parlamento questi rilievi?

In seconda lettura sono stati accolti i primi tre rilievi del Capo dello Stato, che paventava giustamente la violazione del principio di obbligatorietà dell’azione penale e le assurde persecuzioni disciplinari veicolate da una distorta applicazione dell'ufficio di monitoraggio. Quanto al resto, la maggioranza ha tirato diritto, confermando l’impianto di partenza e limitandosi ad apportare meri ritocchi cosmetici alla disciplina dei concorsi, per salvaguardare, almeno formalmente, le prerogative costituzionali del CSM, tuttavia sostanzialmente espropriato di alcune decisive funzioni in materia di promozioni e valutazione professionale, a vantaggio di organi esterni come le commissioni concorsuali e l'istituenda Scuola della magistratura, più esposte alle perniciose influenze ministeriali. Il tutto, purtroppo, in palese violazione dell'art.105 della Costituzione.


Come cambia l'organizzazione delle Procure?

Si vuol restaurare una ferrea gerarchia all’interno degli uffici requirenti. Il Procuratore capo, che negli ultimi venticinque anni è stato una sorta di primus inter pares con funzioni organizzative e di coordinamento dei sostituti procuratori, tornerebbe a essere investito di forti poteri di supremazia, con una sostanziale irresponsabilità. Sarà il titolare esclusivo dell'azione penale, vero e proprio "mandarino" della giustizia penale, con eccessiva discrezionalità nell'assegnazione e revoca dei fascicoli ai suoi sostituti, ridotti a semplici bracci operativi privi di reale autonomia. Sarebbe la fine di quel magistero penale diffuso, diviso e non accentrato, che ha consentito a molti pm di lavorare in piena autonomia, senza il pericolo di cavillose avocazioni da parte di un titolare dell’ufficio magari non insensibile a pressioni politiche esterne.


Ha suscitato critiche anche la limitazione della possibilità di comunicare per il singolo magistrato.
Secondo la riforma, l'unico soggetto legittimato a interloquire con gli organi di informazione sarà il Procuratore della Repubblica, il che condannerà i suoi sostituti ad un assurdo ed assoluto silenzio, per non incorrere in responsabilità disciplinare. Mi pare un'inaccettabile e irrazionale limitazione della libertà di informazione e di espressione dei magistrati, che non ha nulla a che spartire con l'esigenza di contrastare protagonismi deteriori o inopportune considerazioni espresse sui fatti di causa, ipotesi che peraltro sono già sanzionate dalla normativa processuale.


Com'è stato modificato il procedimento disciplinare?

Finora, l’incolpazione disciplinare presupponeva la lesione del «prestigio dell’ordine giudiziario», parametro eccessivamente generico che può comprendere tutto e il contrario di tutto, e quindi consentire accanimenti persecutori contro i giudici. Non era quindi da scartare l'idea di "tipizzare", cioè di elencare in maniera più chiara ed esplicita, alcune fattispecie di illecito disciplinare. Tuttavia, il legislatore delegato ha introdotto altre ipotesi vaghe, che aumentano il potere di interferenza dei titolari dell'azione disciplinare, come «il perseguimento di fini diversi da quelli di giustizia» (che sembra fatto apposta per spedire davanti al CSM i magistrati pretestuosamente accusati di uso politico della giustizia), o «il rilasciare dichiarazioni e interviste in violazione dei criteri di equilibrio e di misura». Un'altra novità suscita preoccupazioni: mentre il Guardasigilli continuerà ad avere la "facoltà" di promuovere l'azione disciplinare, la riforma impone al Procuratore generale della Cassazione l'obbligo di procedere disciplinarmente, cioè il dovere di coltivare anche quegli esposti, presumibilmente strumentali, che gli imputati potranno presentare a scopo intimidatorio o ritorsivo, per appannare la credibilità del loro giudice agli occhi dell'opinione pubblica.

 

Come cambia il meccanismo delle promozioni?

Per poter accedere alle funzioni di Appello e di Cassazione, la riforma reintroduce i vecchi concorsi per esami e per titoli, che non premiano i meriti effettivi dimostrati nell'esercizio delle funzioni, ma solo i candidati più scaltri e "conformisti" che hanno coltivato un arido nozionismo ed esteso eleganti sentenze (i titoli, per l'appunto), ovviamente in sintonia con gli indirizzi giurisprudenziali della Cassazione, che avrà un ruolo preponderante nelle commissioni concorsuali. Il farraginoso meccanismo dei concorsi interni, oltre ad incentivare (come in passato) il conformismo a scapito della effettiva professionalità, distoglierà i magistrati dal lavoro quotidiano per impegnarli in una continua competizione carrieristica, con prevedibile allungamento dei tempi, già biblici, della giustizia. I concorsi interni sono una medicina scaduta destinata a dare il colpo di grazia al già disastrato organismo giudiziario.


Alcuni osservano che la riforma introduce surrettiziamente la separazione delle carriere.

Il passaggio dal ramo giudicante a quello requirente (o viceversa) sarà consentito, per una sola volta, entro il terzo anno di esercizio delle funzioni assunte dopo il periodo di tirocinio, superando un concorso per titoli, previo giudizio positivo della Scuola della magistratura e con l'obbligo di trasferirsi in un altro distretto giudiziario. Ogni ulteriore passaggio sarà precluso, il che prefigura una rozza separazione delle carriere, ipocritamente mascherata dietro la più morbida formula della «separazione delle funzioni».


Un magistrato della Procura di Milano, subito bollato come «morettiano» da un editorialista del Giornale, si è dimesso, dicendosi contrario a una riforma «modello Publitalia». Esagerava?

Le polemiche dimissioni del giovane pm milanese Fabio De Siati sono il frutto di una decisione personale senz'altro sofferta e da rispettare, ma su un piano più generale possono essere lette anche come l'estrema conseguenza di un malessere condiviso da molte toghe, che paventano la riduzione della magistratura a instrumentum regni, a corpo burocratico e gerarchizzato di funzionari che in casi di particolare rilievo politico-mediatico potrebbero preferire la via della quiete, anziché svolgere il pieno controllo di legalità sul terreno minato dei rapporti tra mafia, politica e alta finanza.


A che punto sono i decreti attuativi?

La legge delega prevede l’emissione di 15 decreti legislativi che entrano in vigore 90 giorni dopo la pubblicazione, a parte la vergognosa norma "anti – Caselli" che ha avuto applicazione immediata. Finora, sono stati emessi otto decreti, che spesso si limitano a ripetere quanto già espresso nella legge delega, senza risolvere alcun problema interpretativo o applicativo. Si conferma, come già rilevato da Ciampi in merito alla legge delega, la scarsa perizia di un legislatore approssimativo, che continua a coniare norme oscure all’insegna di una tecnica legislativa di bassissima lega.


Sul dopo 9 aprile le opinioni divergono. In caso di vittoria del Centrosinistra non è facile prevedere il destino di questa riforma.

Romano Prodi e il diessino Massimo Brutti hanno più volte ribadito e promesso che la riforma sarà prima sospesa e poi smantellata. Altri esponenti dell'opposizione, da Rutelli a D'Alema, da Violante a Pisapia, si sono invece prodotti in sottili distinguo e improbabili acrobazie verbali per sostenere che alcune non meglio identificate parti della riforma potranno o dovranno essere conservate. Spero, ovviamente, che in caso di vittoria elettorale dell'Unione non vi siano ambiguità o remore nel radere al suolo questa e altre leggi-vergogna. Mi auguro che in materia di giustizia - e non solo - il centrosinistra la smetta di sperimentare quella esiziale vocazione al compromesso che ha arrecato danni enormi sin dai tempi della Bicamerale.

Pagine per toghe libere

Ode alla separazione dei poteri, ma ode pignola e dettagliata. Francesco Moroni si misura con la storia della magistratura italiana dal dopoguerra a oggi. Utile lettura di fine vacanze, alla vigilia di una controriforma voluta da «apprendisti stregoni» che evocano mostri. Prefazione di Nicola Tranfaglia. (Avvenimenti, 08/09/2005)

L'autore ricostruisce il cammino compiuto dal 1945 per adeguare l'ordinamento giudiziario ai principi della Costituzione. Ma ripercorre anche l'opera dei magistrati in vari settori di punta, con l'affievolirsi della legalità, l'intreccio politica-affari e l'inerzia dei politici che ha spinto i giudici a una difficile azione di surroga. Prefazione di Nicola Tranfaglia. (C. Augias, Il Venerdì di Repubblica,16/09/2005)